Pareggio tecnico al 38% dicono i sondaggi per domenica, e quasi certo ballottaggio in Colombia il 20 giugno tra il Verde Antanas Mockus e la destra radicale di Juan Manuel Santos, successore e complice di Álvaro Uribe, appena nominato (sic) il miglior politico latinoamericano del decennio. Vi sono altri quattro candidati ma l’attesa è tutta per il politico non tradizionale, Mockus, che potrebbe cambiare i paradigmi politici di un paese in guerra da 62 anni.
Chi ha nominato Uribe come il miglior politico latinoamericano del decennio si gira dall’altra parte per il mare di sangue rappresentato dalla sua presidenza e del quale Santos è corresponsabile. Non vede i 100.000 desaparecidos, le migliaia di falsi positivi (le persone inermi assassinate per far numero e fatte passare per guerriglieri per incassare incentivi “produzione”) i 3 milioni di rifugiati interni, i 6 milioni di ettari di terra sottratti con la forza ai piccoli coltivatori per consegnarli all’agroindustria esportatrice, i 70 parlamentari processati o in carcere per corruzione, la parapolitica (i politici paramilitari) e la narcopolitica e quel 63% di poveri che ancora vivono in Colombia. Non importa, per la grande stampa mainstream che fa le pulci quotidianamente a Morales, Lula, Correa o Chávez, Uribe è stato un grande presidente.
Tuttavia la Colombia è oggi ad un bivio tra la prosecuzione dell’uribismo ed uno dei cambi possibili, quello rappresentato dal 58enne filosofo di origine lituana Antanas Mockus. Il dibattito di martedì a Citytv ha definitivamente messo in scena che i candidati alla presidenza sono solamente due. Da una parte c’è Juan Manuel Santos, che è l’uribismo e l’aristocrazia di sempre, per quanto pallidamente cerchi di differenziarsene facendo il liberale come fosse un conservatore britannico con quel “no tasse, no IVA” e quella promessa berlusconiana di 2.5 milioni di posti di lavoro. Sarebbe questa l’astrusa via thatcheriana all’equità sociale e alla riparazione delle enormi disuguaglianze sociali del paese.
Antanas Mockus invece, attirandosi l’accusa di comunismo, non ha paura a parlare di nuove tasse. Sarebbe la fine del dogma neoliberale per il quale tassare il capitale sia controproducente. Come lui la pensa Gustavo Petro, il candidato più caratterizzato a sinistra e accreditato di un 7% e perfino il dignitoso liberale Rafael Pardo fermo al 4%. Ma per Mockus, accusato di essere un estremista di sinistra dalla destra e guardato male dalla sinistra ortodossa, il cambio in Colombia non è una possibilità ma una necessità.
Con parole evocative si è riferito al cambiamento necessario nelle persone, nei rapporti interpersonali, nel costruire qualcosa di positivo sul lato buono delle persone”. È il contrario del “si salvi chi può” con il quale la Colombia ha vissuto gli ultimi decenni ed ha trovato ascolto in quei milioni di colombiani che aspirerebbero ad un paese diverso dove la fiducia e non la sfiducia verso l’altro, il vicino, il poliziotto all’angolo, il giudice, il funzionario pubblico predomini. La sfida (impossibile?) di Mockus allora si chiama legalità. “Un giorno non lontano i colombiani potranno guardarsi tra loro con fiducia. E quel giorno la Colombia sarà un grande paese”.
Sono corsi a decine di migliaia ad ascoltarlo a Bogotà nell’ultimo comizio. Sono arrivati in bicicletta, in maglietta verde e portando girasoli e bandiere. Guardandoli il filosofo di origine lituana ha affermato: “in qualche parte della mia anima penso di essere di sinistra” nonostante abbia condotto tutta la sua campagna con un “né di destra né di sinistra”.
Inoltre Mockus ha parlato della necessità di stabilire delle buone relazioni con l’Ecuador di Rafael Correa, col Brasile di Lula, col Venezuela di Hugo Chávez, paesi con i quali l’uribismo ha fomentato continui conflitti. Nell’ultimo comizio a Bogotà anzi Mockus ha indicato che buone relazioni con Ecuador, Brasile e Venezuela sono una priorità per la Colombia, iniziando dal ristabilire le relazioni con Quito rotte dal primo marzo 2008 con l’aggressione in pieno territorio ecuadoriano da parte dell’esercito uribista (e ministro della difesa era proprio Santos) per assassinare alcuni guerriglieri tra i quali Raúl Reyes e vari studenti messicani. Amico di Lula e Chávez e amico di Obama vorrebbe essere Mockus, che afferma che la presenza militare statunitense continuerà.
Gli altri quattro candidati, due di sinistra e due di destra, al massimo costringeranno i due contendenti principali al ballottaggio. Lì sarebbe lievemente favorito Mockus, che appena in marzo era accreditato di appena il 10% dei suffragi. Se la campagna elettorale è stata praticamente esemplare ovviamente poi conterà molto la Colombia profonda, quella dei brogli e dei voti in punta di baionetta da parte dei paramilitari. Se Mockus ha fatto campagna con Facebook e Twitter è lì, nella Colombia profonda, dove pure è estraneo, che Santos potrebbe ancora ribaltare il tavolo.