Preceduto e accompagnato da un forte battage mediatico, Benedetto XVI ha visitato in questi giorni il Messico e Cuba. Com’era da aspettarsi, una buona parte degli inviati di una quarantina di paesi ha strumentalizzato l’evento per denigrare Cuba. Tra essi i giornalisti della RSI (Radio e TV).
Lo hanno fatto già dal Messico: poche parole per la realtà locale, nessuna intervista alle vittime della pedofilia dei prelati. L’obiettivo era un altro: Cuba. Mentre il papa atterrava a Santiago de Cuba e celebrava la messa, l’edizione principale del TG della RSI mandava in onda, dall’Avana, un’intervista al “dissidente” Oswaldo Payá e a un’esponente delle “Damas de Blanco”. Preceduta dal radiogiornale del mattino, sempre col solito “dissidente” in voce. Naturalmente senza chiedere loro conto dei finanziamenti illegali, ma ufficiali, da parte dell’incaricato d’affari degli USA, sul cui libro paga figurano. La capofila delle “Damas”, Martha Beatriz Roque, percepisce un assegno mensile di 1500 dollari, che ritira nella sede della SINA (la Sezione d’Interesse Nordamericana) all’Avana, sede collegata all’USAID (l’Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale). Questa ha ammesso di finanziare i cosiddetti dissidenti, confermando persino le cifre della sua azione illegale: nel 2008 ha destinato alla “causa” 45 milioni di dollari, saliti a 60 nel 2009, a circa 80 nel 2011.
Perché gli inviati della RSI non danno conto di questo, visto che tanto spazio danno al cosiddetto dissenso? Non è il dovere di un giornalista secondo il codice deontologico? E perché il silenzio è di regola quando uno stato è considerato amico (amico degli USA) come la Colombia dove - dati ufficiali - i prigionieri politici sono quasi 8000, e le torture ricorrenti? Lo sciopero della fame di questi giorni di 350 detenuti colombiani vale meno di quello pubblicizzatissimo, ma isolato, di un cubano?
L’evento era comunque la visita del papa. La quale, quando avviene in altri paesi, poniamo in Svizzera, è accompagnata sì da innumerevoli commenti e interviste, ma in primo luogo ai responsabili istituzionali del caso, dello stato e della chiesa: dal presidente della Confederazione a quelli delle camere, ai vari ministri, ai vescovi, ai prelati o ai loro portavoce. A Cuba no: non una voce del governo o di un suo rappresentante! Solo e sempre i cosiddetti dissidenti, i quali, secondo Amnesty International, rappresentano meno dell’1% della popolazione (!), che li ignora: la loro notorietà è inversamente proporzionale a quella di cui beneficiano all’estero, grazie alla battente amplificazione mediatica. Ve lo immaginate lo stesso metodo applicato da noi? Provate a pensare a una Radiotelevisione che, anziché alle autorità civili, militari, religiose, ai fedeli, in occasione di una visita del papa in Svizzera riserva le interviste unicamente agli esponenti di un locale partito o movimento d’opposizione, il quale raggiunge la stessa percentuale del cosiddetto dissenso a Cuba. Non riusciamo ad immaginarcelo! Due pesi e due misure quindi e probabilmente molta malafede. Da un ente pubblico ci si aspetterebbe qualcosa di meglio. E, soprattutto, etica e maggior professionalità.
Comitato dell’Associazione Svizzera-Cuba
Sezione Ticino