“Il ‘resettaggio’ della Rivoluzione bolivariana in Venezuela a 100 anni dalla Rivoluzione d’Ottobre”

Intervista a Geraldina Colotti da Caracas – “Il ‘resettaggio’ della Rivoluzione bolivariana in Venezuela a 100 anni dalla Rivoluzione d’Ottobre”

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01/08/2017

Intervista a Geraldina Colotti da Caracas - Il 'resettaggio' della Rivoluzione bolivariana in Venezuela a 100 anni dalla Rivoluzione d'Ottobre

In questo strano paese che è l’Italia, le informazioni del Giornale Unico o del Telegiornale unico hanno come “fonti” per la politica estera veline del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti o “inviati” a Washington e paesi allineati. Nel 2011 a raccontarvi l’inizio della “rivoluzione” siriana erano inviati da Tel Aviv o Washington che (sper)giuravano sulla volontà di “democrazia” e “libertà” di quelli che presto si sono mostrati per quelli che erano. E così dopo una guerra condotta da mercenari da 89 paesi diversi, al soldo di Nato e Nato del Golfo, quello che era il paese più florido del Medio Oriente oggi non esiste più. A milioni si contano i morti e i profughi (che l’Europa respinge) siriani.
Oggi in Venezuela accade lo stesso. La “rivoluzione” condotta dai golpisti di estrema destra che per la terza volta stanno tentando la scalata violenta (dopo 2002 e 2014) per destituire il legittimo governo di Maduro viene raccontata da “inviati” a Washington, Bogotà o Rio de Janeiro che vi copiano e incollano le veline confezionate dal Dipartimento di Stato ad uso e consumo della propaganda di guerra in atto.

Come AntiDiplomatico stiamo da giorni rilanciando gli articoli di Geraldina Colotti, giornalista oggi a Caracas, ma che la carta stampata non considera per la pubblicazione perché la sua posizione non è in linea con l’unico messaggio che deve essere filtrato all’opinone pubblica per servire – come sempre, come in Libia, Ucraina, Siria, Iraq – gli interessi economici dei soliti noti. Per rompere questo muro di gomma vi proponiamo un’intervista che la Colotti ci ha rilasciato da Caracas.


L’Intervista
Come leggi il voto storico per l’Assemblea Costituente?
Un risultato storico, appunto. Gli oltre 8 milioni che hanno votato per l’Anc rappresentano il 41,5% degli aventi diritto. Nelle ultime elezioni, le legislative del 2015, l’opposizione ha totalizzato 7.771.076 voti, il chavismo 5.628.044. Le destre, allora, hanno aumentato di poco, ma il chavismo ha perso due milioni di voti: dovuti all’astensione, nel pieno di una crisi acuita dalla guerra economica, dalle code eccetera. Il voto di oggi indica che il chavismo, in un anno e mezzo, ha recuperato 2.477.000 preferenze. Inoltre, se guardiamo al rapporto tra numero di abitanti e percentuale di voti, se consideriamo che la percentuale più alta di consenso ottenuta da Chavez è stata del 55%, con l’attuale numero di abitanti il 41,5% di Maduro risulta il consenso più alto ottenuto dal chavismo. Un risultato storico, appunto, che legittima la proposta di rilancio del socialismo bolivariano: senza sconti, ma con rinnovato entusiasmo. L’Assemblea Costituente è una sorta di “resettaggio” del socialismo bolivariano, che non vuole cambiare il computer, ma pulirlo dalle scorie per farlo funzionare più velocemente

Che clima si respira?
Bisogna guardare con attenzione quei video amatoriali che mostrano le peripezie assunte nel Tachira da gruppi di cittadini che dovevano andare a gestire i seggi minacciati dai “guarimberos”. Lo fanno come se stessero andando in montagna a fare la guerriglia, e in effetti stanno anche fuggendo da aggressori armati di machete e disposti a bruciarli vivi per impedirgli di votare. Una tecnica informatica di supporto al seggio, è stata denudata e minacciata insieme al resto del personale da un gruppo armato di pistola e machete che voleva sapere dove si trovavano le macchine elettorali per distruggerle. “Dovrai ammazzarmi”, gli ha risposto la ragazza facendo venire i capelli dritti alla dirigente del Cne che dall’altra parte del telefono diceva a tutti di non rischiare. Ma in quel gesto di dignità c’era ben altro che una macchina per il voto. Maduro lo ha riassunto in questi termini mandando un messaggio a Trump: quello che il popolo è disposto a fare per il voto lo saprà fare con le armi. E’ questo il clima che si respira qui, soprattutto dopo le sanzioni che Trump ha imposto a Maduro. L’anima di questa “rivoluzione” è la partecipazione popolare, la democrazia “partecipativa e protagonista” che è alla base dell’avanzatissima Costituzione del 1999. Su questo ha puntato Maduro per rilanciarne i termini: per spezzare l’assedio dei poteri forti e per affrontare nel modo più consono a questo “proceso” i problemi che si sono evidenziati in quasi vent’anni. 

Questa quindi la ragione profonda che sta dietro l’Assemblea Costituente?
Si con questo intento si è svolta l’elezione per l’Assemblea Nazionale Costituente, che si sta installando adesso. E che ha rilanciato la posta per uscire dall’angolo, rimettendo sul piatto le grandi questioni economiche, politiche, ambientali: permeate dalla visione di genere che ha portato le donne a tutti i livelli del potere popolare. Una delle candidate all’Anc è Rumi Quintero, storica dirigente trans del movimento Lgbtqi. Si presenta come portavoce di un’organizzazione popolare che ha molto chiari i termini dell’incrocio tra ottica di genere e lotta di classe. Si presenta per dire che non si tratta di “un settore”, ma di una visione del mondo che attraversa tutti gli ambiti della vita e che deve essere assunta in ogni spazio sociale. La dimensione della libertà. Il socialismo bolivariano si definisce “umanista” gramsciano, sostiene di mettere al centro l’essere umano come essere sociale e sessuato, capace di intendere la pluralità delle differenze senza perdere di vista la necessaria articolazione in un progetto collettivo. Nel Partito Socialista Unito del Venezuela (Psuv), fondato da Chavez nel 2007, precipitano tutte le correnti del socialismo, dal mutualismo al leninismo, passando per l’apporto indigeneno e afrodiscendente, da Guaicaipuro al Negro Primero, alla teologia della Liberazione. Per alcuni, un “calderone caraibico”, per altri un laboratorio che si definirà nel concreto storico, alla prova della lotta di classe per come si presenta oggi dopo la scomparsa del campo socialista e il profilo di un mondo multipolare.

Di fronte alla reazione delle destre e al rifiuto di riconoscere l’Anc da parte della “comunità internazionale”, come reagirà il governo?
Siamo di fronte a un primo grande momento di ridefinizione. E il problema, in essenza, è sempre il medesimo: il rapporto di forza tra le classi, la risposta all’attacco della borghesia che deve risolvere con la guerra (in tutte le sue forme) la crisi strutturale in cui si dibatte il capitalismo. Si deve guardare in faccia la questione del potere: nel senso del “poter fare”, della messa in marcia di un progetto politico alternativo che le classi dominanti vogliono impedire con ogni mezzo. Che si fa in questo caso? Si porge l’altra guancia e si lascia che le destre si riprendano tutta la torta? Evidentemente no. 

Fino alle estreme conseguenze?
Il voto di oltre 8 milioni di venezuelani dice che le classi popolari non vogliono tornare indietro, che intendono dire la loro su come andare avanti, sfiduciando anche i nuovi “bonzi” che si attaccano alle poltrone. Non si tratta di “basismo” ma di ridefinizione del consenso, che qui si è soliti agire mettendo in scena una costante “agorà”: ma con Guaicaipuro, Manuelita Saenz e Toussaint Louverture. E qui si presenta un punto difficile da intendere in un’Italia disposta a ingoiare tutte le politicherie di chi si incrosta nel potere in nome della “democrazia”, ma non il fatto che per arrivare a un cambiamento strutturale bisogna assumere – con intelligenza e conseguenza – il nodo del rapporto tra legalità e legittimità per come si riconfigura oggi e per come lo abbiamo ereditato dal “bilancio distorto” del conflitto sociale e armato degli anni ’70 e ’80. Bisognerebbe ricordare l’Italia delle stragi di stato, piazzate a guardia del sistema ogni volta che i settori popolari erano all’attacco. Che cosa accadrebbe oggi nell’Italia dei Minniti e del “pareggio in bilancio” se si rimettesse in moto un progetto di trasformazione strutturale? 

Cosa accadrebbe?
Anche in questo caso, si può guardare al Venezuela che dice “siamo una rivoluzione pacifica, ma anche armata” per intendere nel modo giusto i termini della dignità e dell’organizzazione di classe. Ma fino a un certo punto: perché in Venezuela hanno “l’unione civico-militare” e un popolo predisposto all’autodifesa, noi siamo a zero. Noi accettiamo persino che gli africani ci spazzino le strade gratuitamente per conquistarsi “il diritto” a mendicare… Noi siamo prigionieri del paradigma della “vittima meritevole”, della “riconoscenza” verso il padrone, del “cervello in fuga” che sbava per essere accolto nel salotto buono. Purtroppo, la ricostruzione di un blocco sociale anticapitalista deve mettere in conto anche un profondo percorso di ri-alfabetizzazione rispetto ai fondamenti della lotta di classe, al senso della scelta, della responsabilità, della conseguenza tra il dire e il fare, della solidarietà anche quando si deve pagare un prezzo, ecc. Altrimenti, al massimo si fa il tifo per il Bergoglio di “casa terra lavoro”. Queste cose arrivano dal Venezuela, dove il “partito delle banlieues” lo hanno fatto davvero: con limiti e azzardi, passi avanti e passi indietro, alla loro maniera. Dal Venezuela arriva un messaggio a guardare in faccia la lotta di classe, fuori dagli schemi, ma anche senza paura dello Schema, a 100 anni dalla rivoluzione sovietica.

Questa notte sono stati arrestati Leopoldo Lopez e Antonio Ledezma, che si trovavano agli arresti domiciliari dopo pesanti condanne per le violenze politiche e gli appelli al golpe…
Sì, il Tribunal Supremo de Justicia ha revocato gli arresti domiciliari. Già nella notte, sono circolati video inviati da Lilian Tintori, moglie di Leopoldo Lopez, che si trova a Miami con la famiglia. Il popolo ha ridato fiducia al presidente – non al “dittatore” – come dicono i grandi media – per risolvere i problemi confrontando i progetti e le idee. Il mandato è: non vogliamo essere bruciati vivi mentre cerchiamo di risolverli. Chi vuole confrontarsi – anche l’opposizione – lo faccia nell’Assemblea Costituente (e molti sono andati a votare). Da qui l’entrata in campo dell’istituito contro i leader di estrema destra che, come Leopoldo Lopez e Antonio Ledezma, erano agli arresti domiciliari come gesto distensivo, ma hanno continuato a fare appelli al golpe e ad avallare il “governo parallelo” messo in marcia da Washington e paesi vassalli sul modello siriano. Qualche anno fa, in Francia, il militante di Action Directe Jean Marc Rouillan, che era in semilibertà, è tornato in galera dopo aver dato un’intervista a un quotidiano. Qualche anno fa, in Italia, a Bruno Seghetti, dopo decenni di carcere speciale, è stata revocata per tre anni la semilibertà per aver partecipato al funerale di un compagno. La democrazia borghese si difende: con le bombe, con la sovversione delle classi dominanti, con la tortura e il 41 bis. Piega le regole e distorce i concetti quando le conviene, nascondendo l’aggressione dietro ossimori feroci come “guerra umanitaria”, eccetera. Ammazza Carlo Giuliani per farti capire l’aria. Fa il suo mestiere, mostra la sua vera natura, non bisogna stupirsi, non bisogna piagnucolare, semmai si tratta si smascherarne l’ipocrisia perché questo serve, come si diceva una volta, “a far crescere la coscienza delle masse” e a organizzarle. Vogliamo ricordare, per esempio, che prima della repressione di Genova c’è stata quella di Napoli? E chi governava Napoli allora? Chi ha votato le leggi speciali negli anni ’70, chi ha fatto “la guerra umanitaria”, chi sono i Minniti di oggi? Quegli stessi “legalitari” che danno lezioni di democrazia al governo Maduro. Per noi, che “legalitari” non siamo e che continuiamo a ritenere pertinente l’opzione rivoluzionaria pur senza feticismo delle forme, la questione va al di là della difesa del governo Maduro – pur assolutamente necessaria in questo momento. Da comunisti, si tratta di difendere un progetto che va nella direzione a cui guardiamo noi: differenziando gli ambiti di riferimento e anche le sovrapposizioni inopinate fra la situazione in Italia, dove le forze popolari non governano, e quella del Venezuela bolivariano. Adesso le destre vogliono occupare il Parlamento, chiudersi dentro per impedire che si istalli l’Assemblea Nazionale Costituente. Le organizzazioni del potere popolare stanno pensando di impedirlo. Su tutto, la minaccia di un intervento armato guidato dalla Cia.
La Redazione de l’AntiDiplomatico

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