La pace con gli USA non cancella a Cuba paure e sospetti sui “gringos”

Diffidenza a Cuba per l’amicizia Usa. A Cuba si aspettavano che venissero soppresse le trasmissioni e i programmi tv in lingua spagnola che invitano alla sovversione. Si aspettavano un’offerta di ricompensa al popolo cubano per tutti i danni morali ed economici provocati in mezzo secolo. Ma anche se Obama di questo non ha mai parlato, i cubani sanno aspettare e stanno alla finestra, tranquilli e sereni.

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Lo scrittore argentino Pedro Jorge Solanas ha recentemente ricordato un fatto perlomeno curioso del 1973: “Chi avrebbe mai pensato negli anni ’70 che un Papa latinoamericano avrebbe aiutato a ridurre, se pur lievemente,  l’assedio economico più crudele della storia inflitto a un Paese comunista?”. Solanas racconta che in quell’anno, di ritorno dal Vietnam, Fidel Castro partecipò ad un incontro con la stampa accreditata a L’Avana. Bryan Davis di un’agenzia inglese gli chiese: “Quando crede che si ristabiliranno le relazioni tra Usa e Cuba, due nazioni così lontane, nonostante la vicinanza geografica?”. La Guerra Fredda era davvero intensa allora. Fidel lo guardò e rispose: “Gli Stati Uniti dialogheranno con noi quando avranno un presidente negro e ci  sarà nel mondo un Papa latinoamericano”. Alcuni giornalisti fecero delle smorfie e lo stesso Davis fece un gesto d’incredulità.Il caso vuole che attualmente  il presidente Usa sia nero e il Papa argentino, e che il 17 dicembre  scorso una conversazione telefonica  tra L’Avana e Washington, tra Raúl Castro e Barack Obama, durata 45 minuti, abbia prodotto un inizio di disgelo. Un incontro in Vaticano tra Raúl Castro e papa Francesco ha aperto le porte non solo per il ristabilimento delle relazioni, ma anche per un futuro cambio sostanziale nel commercio tra i due Paesi e nella regione latinoamericana. Quel 17 dicembre, quando tutti i media cubani hanno annunciato che Raúl avrebbe parlato alla popolazione, c’è stato un attimo di suspence, perché il primo pensiero è stato per la salute di Fidel.  Poi, però, si è saputo che anche Obama avrebbe parlato alla popolazione e la curiosità si è accesa. Poco dopo il suo insediamento alla Casa Bianca, alla vigilia del quinto vertice delle Americhe, Obama aveva annunciato “misure di flessibilità” per i viaggi a Cuba e le rimesse familiari. In quel vertice accennò di realizzare “un nuovo inizio con Cuba”.È invece poco noto che sempre quel 17 dicembre negli Usa sono stati liberati tre cubani del gruppo dei cinque presunti terroristi reclusi ingiustamente da 16 anni, e a Cuba è stato liberato (per motivi umanitari) un agente statunitense recluso, e un altro personaggio dell’intelligence  mai citato nelle cronache.
A Cuba, per ora, non è comunque cambiato nulla, anche se l’argomento clou di discussione sono queste nuove future relazioni e l’apertura delle ambasciate a Washington e L’Avana il prossimo 20 luglio.  Ambasciata non significa relazioni diplomatiche: ci saranno sempre limiti sui movimenti  del personale nordamericano nell’isola, così come per i diplomatici cubani a Washington.

Il primo gesto “valido” degli Usa è stata la cancellazione di Cuba dalla lista degli Stati fiancheggiatori del terrorismo; un’accusa che indignava il popolo cubano. E anche se si sono già svolti diversi incontri sia a Cuba che negli  Usa, nei quali  sono stati toccati anche punti sensibili come i diritti umani, Josefina Vidal, dirigente del ministero degli Esteri cubano, precisa: “No, il blocco non è terminato. Il presidente Obama con una delle sue prerogative ha modificato l’applicazione di aspetti del blocco, ma è solo il Congresso che potrà dire che il blocco contro Cuba è finito”. E il gruppo repubblicano, pur con delle  eccezioni, è già sul piede di guerra. All’economia Usa, in realtà, avere degli spazi operativi a Cuba serve eccome. E non a caso anche l’Ue, in questa crisi globale, sta moltiplicando le sue relazioni con l’isola. Tra poco verrà in visita anche il Papa che, forse, per questo suo impegno riceverà il Nobel della Pace.

Cuba, dal canto suo, si sta impegnando in un cambio del modello economico, sempre all’insegna del socialismo sostenibile, con un’apertura per i lavoratori indipendenti, che già in molti casi collaborano con le infrastrutture dello Stato. Non tutti però, hanno una visione così idilliaca dei nuovi rapporti con gli americani. “Ho parlato con molti giovani come me della provincia, e sono un po’ delusa – racconta Anna, studentessa di Scuola del cinema -. Raccontano il loro sogno americano, ma è molto campato in aria per l’assoluta mancanza  di conoscenza della realtà di vita in un Paese consumista e imperialista”. La volontà reciprocamente espressa da Raúl e Obama è quella di voler sviluppare relazioni reciproche, rispettose e  di cooperazione. E anche se per ora non si notano cambiamenti concreti il popolo cubano ascolta queste intenzioni e ha fiducia nel governo. Molti cubani, come la ricercatrice scientifica Maria del Carmen, sono tuttavia convinti che “questa nuova politica degli Stati Uniti è solo la conseguenze del fallimento, in tanti anni, di tante forme d’aggressione contro l’isola – dice del Carmen, assicurando che molti la pensano come lei -. Se gli americani ora si ‘aprono’ a Cuba è perché cercano qui quello che conviene a loro, certo non nell’interesse dei cubani”.

Resta il fatto che il ritmo delle delegazioni e imprenditori in visita all’Avana è impressionante, e che gli eventuali affari o scambi, gli incontri, le visite dei senatori, aprono indubbiamente delle porte, ma il cammino per vedere dei vantaggi concreti nella vita dell’isola è lungo e difficile. Sono soprattutto i più giovani a sognare possibilità tecnologiche e nuove aperture che diano sbocchi per realizzare i loro sogni, e forse proprio questa è la differenza, alla base delle intenzioni. I cubani vogliono salvaguardare i loro sogni di libertà, rivoluzione, cultura, rispetto, amicizia e internazionalismo, mentre  gli Stati Uniti esprimono non proprio gli stessi ideali. Tra chi manifesta maggior scetticismo c’è anche il 21enne Elián González, diventato famoso a livello internazionale 15 anni fa quando, bambino conteso da genitori divorziati nei due Paesi, rientrò dalla Florida dopo un estenuante braccio di ferro e decine di marce di protesta e solidarietà. “Se a Cuba finisse il socialismo, l’isola non diventerà un Paese come l’Italia  o la Francia, ma una colonia – dice González, rivendicando gli ideali d’indipendenza, giustizia sociale e solidarietà con le cause giuste -. Diventeremo una ‘filiale’, come Puerto Rico, povera  come Haiti, e perderemmo tutto quello che abbiamo conquistato, pur essendo un Paese assediato e sottoposto da decenni ad un embargo assurdo”. Barack Obama, dal canto suo, annunciando l’apertura delle ambasciate, ha assicurato che anche i cubani sono soddisfatti di tutte queste novità. E un appoggio per questo impegno, a livello generale, esiste sicuramente, anche per non rimanere nemici per tutta la vita. Ma a Cuba si aspettavano che venissero soppresse le trasmissioni e i programmi tv in lingua spagnola che invitano alla sovversione. Si aspettavano un’offerta di ricompensa al popolo cubano per tutti i danni morali ed economici provocati in mezzo secolo. Ma anche se Obama di questo non ha mai parlato, i cubani sanno aspettare e stanno alla finestra, tranquilli e sereni.

*vice direttore Granma International

Pubblicato in Attualità, Blocco, Cuba, Internazionale

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