Una valigia di emozioni. Impressioni di viaggio di Duilio Parietti  

“Sono tornato con una valigia gonfia di immagini, volti, ricordi, emozioni, sensazioni contrastanti ma, soprattutto, con la voglia di tornarci.” Duilio Parietti, scrittore, partecipante al viaggio in Vietname Cambogia

di Duilio Parietti

duilio 1
e-mail: chinno58@hotmail.com
http://www.duilioparietti.com/

giugno 2016

17. paralleloVietnam. 17° parallelo. Per maggiore risoluzione: cliccare sulle immagini

 

Una valigia di emozioni

Il viaggio è come il matrimonio. Il metodo sicuro perché vada male è pensare di poterlo controllare” ha scritto John Steinbeck, così sono partito ripromettendomi di non cercare alcun che di particolare. In valigia, con me, solo la voglia di farmi sorprendere.

Sino a poche settimane fa il mio Vietnam altro non era se non qualche pagina di giornale ingiallita, il ricordo lontano e sbiadito della prima volta che ero sceso in piazza e una canzone, “Primo maggio di festa” di Claudio Lolli, ascoltata sino a consumare il vinile che la conteneva.

Sono tornato con una valigia gonfia di immagini, volti, ricordi, emozioni, sensazioni contrastanti ma, soprattutto, con la voglia di tornarci.

I giovani vietnamiti sembrano più giovani, e i vecchi… più vecchi” ci ha detto un giorno, nel suo italiano sporco, la nostra guida. Attorno a questa frase sono racchiuse le emozioni, forti e contrastanti, che questo paese meraviglioso ha saputo regalarmi.

Esteso come l’Italia, ma abitato una volta e mezzo, il Vietnam è il paese dei giovani e te ne accorgi subito, appena scendi dall’aereo. Il caldo è torrido, l’umidità che sarà compagna per tutto il viaggio ti appiccica i vestiti addosso. Ti guardi attorno e… tutti paiono avere vent’anni.

Loro, i giovani, ti guardano, ti osservano, ti scrutano, ti sorridono. Ecco che la prima falsa certezza, frutto di errati condizionamenti, si disintegra e si liquefa al primo sorriso.

Ero convinto di trovare un popolo sospettoso, guardingo e diffidente, prevedibile retrogusto della storia che certo non è stata clemente con la gente del posto. Scontato retaggio lasciato in eredità dagli stranieri che nel tempo si sono succeduti sulla loro terra, violandola e violentandola.

Con sorpresa scopro invece che i vietnamiti ti sorridono. Sono sorrisi buoni, sinceri, onesti e senza secondi fini. Si fanno fotografare mostrando le dita della mano in segno di vittoria e, se fai il gesto di porgere loro una banconota si ritraggono, esibendo orgoglio  e fierezza, fra tante forse le loro migliori qualità.

Sono di origine viet, cinese, thai e di altre cinquanta etnie diverse. È un piacere fotografarli. I visi sembrano essere fatti apposta. I bambini, soprattutto, sono di una bellezza disarmante.

I giovani, dicevo, mi hanno stregato. Sono loro gli artefici della rinascita del paese, dove la tranquillità sonnolenta della campagna si sposa con la vita frenetica della città. Dove le tante piccole imprese di artigianato, che producono oggetti di un’eleganza inimmaginabile, si mescolano a scorci architettonici aggraziati e raffinati, come il palazzo che ospita il municipio di Ho Chi Min.

Sono le damigelle di un matrimonio, all’esterno della Città proibita di  di Huoc  Hoc  Hue, bellissime, eleganti e aggraziate nei loro abiti colorati, che sorridendo ci chiedono di essere fotografate con noi.

I matrimoni in Vietnam sono feste collettive, durano giorni e giorni, coinvolgendo in cene e festeggiamenti centinaia di persone. Quando ne incontriamo uno gli invitati si accorgono che li osserviamo incuriositi. Loro ci salutano, ci sorridono, ci offrono da bere e ci invitano a unirci ai festeggiamenti.

I giovani vietnamiti sono gli scolari della scuola elementare che si stringono attorno a noi, ci prendono per mano, si fanno riprendere gioiosi e sereni. Sono i giovani  liceali, il futuro del paese, in procinto di partire per le capitali di mezzo mondo ma con la certezza di far ritorno, arricchiti di esperienza e di professionalità da mettere al servizio del loro paese.

Ma l’immagine dei giovani che, più di ogni altra mi accompagnerà a lungo, è quella del lungofiume di Ho Chi Min. Qui a centinaia si ritrovano la sera, unendosi in piccoli gruppi. In città non mancano certo ritrovi modaioli ma loro preferiscono stare qui, seduti su stuoie colorate dove cenano, suonano, cantano, e scambiano volentieri quattro chiacchiere con i turisti. Tra loro si alternano venditori ambulanti di cibo e bevande. Un aneddoto: abbiamo provato ad acquistare una birra da alcuni di essi… impossibile trovarla, in vendita su quei poveri banchetti, ci sono solo analcolici.

E poi ci sono i vecchi. I volti scavati, le rughe profonde, in bocca pochi denti malridotti. Sono i sopravvissuti di una guerra che ha fatto oltre quattro milioni di vittime civili. Hanno gli occhi di chi ha visto e vissuto ciò che noi non possiamo neppure immaginare, ma gli sguardi sono buoni. Sono quelli di chi non si è arreso, di chi ha lottato per un ideale, di chi ha visto la morte, di chi ha perso i propri cari, di chi certo non ha dimenticato ma ha ritrovato la forza, il coraggio, la determinatezza di andare avanti e di ricostruire sullo sfacelo lasciato dalla guerra.

Sono i vecchi delle infinite attività di ambulante che vendono di tutto. Anche in queste povere attività emerge sempre una costante che fa parte del vivere quotidiano di questa gente: l’eleganza. I banchi dei carretti che vendono, spezie e semi sconosciuti, frutta e verdura, sono un vero piacere per gli occhi. È lo stesso piacere che ritroviamo a tavola, dove la qualità e la varietà dei cibi non prescinde mai dalla colorata eleganza con cui vengono serviti.

Sono i poveri vecchi ospiti della Croce Rossa, che ci osservano andar via, al fresco dell’aria condizionata del nostro bus, facendoci ciao con la mano.

Il Vietnam è un paese in piena espansione, negli ultimi anni la sua crescita è stata una delle più alte al mondo ma, nonostante ciò, resta un paese in guerra.

La guerra, in questo lembo di oriente, è ben lungi dall’essere terminata, ma la cosa più preoccupante è che nessuno sa se e quando terminerà.

Il paese non sarà ufficialmente fuori dalla guerra sino a quando si continuerà a morire a causa di essa.

I momenti che hanno suscitato le maggiori emozioni sono stati quelli che ci hanno visti confrontati con il problema della diossina, il famigerato agente arancio usato dagli americani per defogliare la jungla in cui si nascondevano i soldati nemici.

Quegli oltre settantacinque milioni di litri di veleno sparsi nel corso della guerra sono ancora lì, dispersi nell’ambiente e, cosa ancor più preoccupante, penetrati nel patrimonio genetico di chi ne è venuto a contatto.

La diossina è subdola, creativa e fantasiosa in maniera diabolica. Può risparmiare una o due generazioni per ripresentarsi ai figli o ai nipoti di genitori e nonni apparentemente sani, devastandone i corpi e le menti. In qualche modo i danni della diossina possono essere equiparati a quelli di Chernobyl.

Visitare quattro famiglie che stanno lottando contro questa peste è stato un pugno nello stomaco ma, ancor peggio è scoprire che nessuno sa se e quando questa maledizione avrà fine. Per ora siamo alla quarta generazione…

Se abbiamo toccato con mano i danni sul fisico e sulla mente della gente, poco abbiamo potuto sapere sui danni ambientali. Una veloce ricerca ci permette di scoprire che non sono certo meno preoccupanti. La diossina, penetrata nel terreno in profondità, può resistere sino a cento anni, ma nel frattempo non resta certo inattiva, inquinando coltivazioni, risaie e falde acquifere.

Un po’ tutti abbiamo letto, pianto e manifestato contro la strage di My Lai, forse l’emblema della crudeltà americana. Trecento quarantasette civili inermi: vecchi, donne, bambini e neonati fatti a pezzi dal fuoco americano e poi trucidati una seconda volta dai vari tentativi di insabbiamento della vicenda e dei responsabili che l’avevano pianificata e ordinata. Trovarsi lì, calpestare con i piedi il  terreno di quel massacro, è un esercizio che ogni uomo dovrebbe fare per rendersi conto quanto l’insensibilità e il disprezzo per la vita possano andare ben oltre l’immaginabile.

Il senso di smarrimento e di rabbia continua quando, a Ho Chi Minh, visitiamo il museo dei residuati bellici. La raccolta di materiale, soprattutto fotografico, è raccapricciante.

La domanda, forse retorica ma inevitabile, che tutti abbiamo sulle labbra è una sola: come può l’uomo arrivare a tale e tanta brutalità. La ricostruzione delle carceri, edificate nei pressi del museo, in cui venivano imprigionati e torturati i vietcong, è l’anticipazione temporale di quella di Guantanamo.

Il viaggio prosegue verso il campo di guerriglia Rung Sac. La natura è bella da togliere il fiato. La guardiamo con un occhio, mentre l’altro ha ben impresse le fotografie di quelle stesse foreste di mangrovie ridotte, dai bombardamenti di agenti chimici, a cimiteri di moncherini fumosi e anneriti.

Riemergiamo dalla jungla con lo stesso pensiero di qualche giorno prima, dopo la visita ai tunnel di Vihn Loc, dove trecento persone scacciate a forza dai loro villaggi trascorsero quasi sei anni come topi, mangiando, difendendosi, sopravvivendo e procreando. Tornati al caldo e alla luce del sole, ancora una volta lo stesso pensiero ci accomuna: come gli americani, pur con la loro impressionante potenza bellica, possano aver avuto l’ingenuità e la presunzione di poter vincere una guerra contro un simile popolo?

Anche il Mekong è in guerra. Giornalmente combatte contro l’inquinamento che tenta di asfissiarlo e le impressionanti opere dell’uomo che, a monte di esso, rendono difficile il deflusso dell’acqua e dei detriti dai suoi estuari.

Siamo certi che anche il grande fiume, come gli abitanti del Vietnam saprà vincere la sua guerra. Lo pensiamo mentre percorriamo le sue acque controcorrente. Ci aspetta la Cambogia, ma questa è tutta un’altra storia.

di Duilio Parietti

Pubblicato in Resoconti

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