Afghanistan: un’altra frode Made in USA. La previsione di Cuba. La diplomazia della Cina

Il 23 settembre 2001 Fidel Castro avverte che attacchi militari Usa sull’Afghanistan potrebbero avere conseguenze catastrofiche e dichiara l’opposizione di Cuba sia alla guerra che al terrorismo. Anni dopo, nel 2009, Fidel spiega che il ritiro del Nobel per la pace da parte di Barack Obama è stato un “atto cinico” visto il continuo impegno di guerra in Afghanistan “incurante delle vittime”

di NÉSTOR NÚÑEZ DORTA
Fonte: (Cuba)
Traduzione e aggiunte: GFJ

Se sei di quelli a cui piace addentrarsi nella storia contemporanea, ti sarà sicuramente capitato di imbatterti in questo giudizio di diversi “think tank” americani: da oggi e per il futuro, “chi dominerà l’Eurasia dominerà il mondo“. Ciò implica, in parole povere, che le forze che si stabiliranno definitivamente in quei cortili potranno più che soddisfare i loro appetiti suprematisti… e l’Afghanistan è una parte sostanziale di quella ricetta.

Il 23 settembre 2001 Fidel Castro avverte che attacchi militari Usa sull’Afghanistan potrebbero avere conseguenze catastrofiche e dichiara l’opposizione di Cuba sia alla guerra che al terrorismo. Anni dopo, nel 2009, Fidel spiega che il ritiro del Nobel per la pace da parte di Barack Obama è stato un “atto cinico” visto il continuo impegno di guerra in Afghanistan “incurante delle vittime”, e visto che gli Usa sono una super potenza imperiale con centinaia di basi militari dispiegate in tutto il mondo e duecento anni di interventi militari".

La storia di questo imbroglio risale agli anni ’70, quando i servizi segreti americani, sionisti, occidentali e regionali e vari partner regionali si sono uniti per rovesciare il governo progressista afgano promuovendo gruppi armati guidati da vari signori della guerra. L’allora consigliere per la sicurezza nazionale ebreo americano di origine polacca, Zbigniew Brzezinski, promosse dal luglio 1979 “un’assistenza massiccia ai cosiddetti mujahedin per due scopi fondamentali: rovesciare le autorità nazionali e promuovere il coinvolgimento militare sovietico per dare a Mosca “il proprio Vietnam”.

Donne della Repubblica Democratica dell'Afghanistan (1978-1992)

In effetti, nel dicembre di quello stesso anno, le truppe dell’URSS attraversarono le frontiere al richiamo di Kabul per impigliarsi in un conflitto che avrebbero lasciato solo nove anni dopo, nel maggio 1988, con gli Stati Uniti felici di averli intrappolati. A quel punto Brzezinski ammise la stretta alleanza di Washington con gruppi terroristici come Al Qaeda nel minacciare i sovietici e sostenne, quando interrogato dalla stampa, che “armare e sostenere un paio di musulmani fanatici” valeva la pena se significava assestare un duro colpo al Cremlino.

Uno dei fatti meno noti della storia mondiale del XX secolo è l'aiuto militare di Cuba in Afghanistan durante gli anni critici della Rivoluzione Saur del 1978. La Rivoluzione di Saur (in lingua pashtu انقلاب ثور), anche detta Rivoluzione d'aprile o Rivoluzione d'aprile afghana, è il nome dato all'episodio della presa del potere politico in Afghanistan da parte del Partito Democratico Popolare dell'Afghanistan (PDPA) avvenuta il 27 aprile 1978. 

Nel 1994, tuttavia, l’Afghanistan si era trasformato in un mosaico virtuale di bande e signori della guerra in lotta per il potere, mentre altri “pasticci” raggiungevano il tavolo dello Studio Ovale. L’influente consorzio energetico statunitense UNOCALuno dei cui principali consiglieri era l’afgano-americano Zalmay Khalilzad – strettamente legato alla CIA e alla Casa Bianca, chiedeva la “stabilizzazione” dell’Afghanistan per poter far passare i suoi oleodotti e gasdotti attraverso il paese, diretti verso l’Oceano Indiano.

E in questo contesto, i talebani, estremisti addestrati soprattutto nelle scuole “madrasa” pakistane e amici fedeli di Osama Bin Laden e Al Qaeda, furono scelti da Washington per l’enorme compito di “riunificazione”. Con una forza e una potenza bellica senza precedenti, i “giovani studenti” occuparono immediatamente ampie fasce dell’Afghanistan, sotto gli occhi gioiosi degli Stati Uniti e dei loro alleati, solo che tre anni dopo il compito non era stato portato a termine, e l’UNOCAL, insoddisfatta, era tornata alla carica. Così, il tentativo ufficiale gringo di un’autorità nazionale di “coalizione” come nuova opzione per l’Afghanistan non piacque affatto a Osama Bin Laden e ai talebani, che decisero di mordere la mano dei loro vecchi committenti.

Il resto è noto: gli attentati dell’11 settembre 2001, l’invasione “antiterrorista” dell’Afghanistan e di gran parte del Medio Oriente e dell’Asia centrale, la saga che presumibilmente ha messo fine alla vita del leader di Al Qaeda e ha lasciato intatta la possibilità di “continuare a collaborare” mano nella mano con questa entità e le sue propaggini in Iraq, Libia e Siria, e di promuovere altri raggruppamenti estremisti regionali, come il brutale Stato Islamico….

ANDARSENE… MA RESTARE

Il burattino Biden con le truppe USA - NATO

Per due decenni le truppe statunitensi e alleate hanno “fatto il loro lavoro” in Afghanistan (undici anni in più rispetto agli “aggressori” sovietici), e mentre apparentemente iniziano il loro ritiro, il paese rimase così diviso, fatto a pezzi e instabile come lo era alla fine del secolo scorso. In questo periodo, si dice che più di 100.000 cittadini abbiano perso la vita e che l’economia sia crollata drasticamente. Poi, una serie di violenze e crimini prendono il posto di quella che avrebbe dovuto essere la pace e il progresso.

L’egocentrico Donald Trump, che promise nella sua campagna di porre fine alle “guerre insensate” dell’America nel mondo, ha impiegato i suoi quattro anni di mandato per invitare finalmente i talebani, senza previa consultazione delle autorità di Kabul, a negoziare il loro ritiro unilaterale, in un gesto che non pochi identificano con l’idea che qualsiasi cosa sarà consentita ai vecchi favoriti della Casa Bianca, i quali si misero subito all’opera per attaccare le capitali regionali, occupare intere province e rendere la vita difficile per i poteri ufficiali.

La verità è che dopo due decenni di conflitto, la morte di decine di migliaia di civili, la massiccia distruzione materiale e l'aumento dei livelli di violenza e del traffico di droga sono l'unica eredità di Washington e dei suoi alleati per la popolazione afgana distrutta.

E queste non sono disquisizioni futili. Si scopre che nelle ultime settimane, in varie dichiarazioni del sito canadese Global Research, Lawrence Wilkerson, ex capo dello staff del Segretario di Stato Colin Powell tra il 2001 e il 2005, ha dichiarato chiaramente che ciò che sta accadendo in Afghanistan con il presunto ritiro militare degli Stati Uniti è solo un cambiamento nella direzione della guerra, che ora punterà “verso la Cina, la Russia, il Pakistan, l’Iran, la Siria, l’Iraq e il Kurdistan“. Si tratta, ha detto, di una corsa al petrolio, all’acqua e all’energia in generale. Quindi la presenza statunitense in Afghanistan crescerà… non diminuirà. Una conclusione niente affatto diversa dalle affermazioni del ministro della difesa russo Sergey Shoigu, che ha detto che il movimento delle truppe statunitensi finora schierate in Afghanistan dimostra che non è un “atto fermo” ma un tentativo di “mettere radici” nella regione dell’Asia centrale.

Il ministro della difesa russo Sergey Shoigu (nella foto a sinistra) ha affermato che il movimento delle truppe statunitensi finora schierate in Afghanistan dimostra che non è un "atto fermo" ma un tentativo di "mettere radici" nella regione dell'Asia centrale

È noto che dopo l’annuncio dell’attuazione del “programma di pace” con i talebani, i funzionari di Washington hanno cercato di convincere le nazioni confinanti con l’Afghanistan e le ex repubbliche sovietiche in Asia a consentire la presenza di contingenti militari nei loro rispettivi territori. Da parte loro, analisti e studiosi hanno convenuto che mentre la guerrafondaia Organizzazione del Trattato Nord Atlantico (NATO) e gli stessi Stati Uniti riconoscono il fallimento del loro lungo intervento militare sul suolo afgano, non hanno certo abbandonato i loro piani aggressivi ed espansionistici in un’area di enorme importanza geostrategica per i maldestri piani egemonici statunitensi.

Al di là di queste evidenze, ci si pone però un difficile interrogativo: come va letta la vittoria talebana da un punto di vista marxista? Il leader della Rivoluzione bolscevica Vladimir Lenin spiegava che il movimento nazionale dei paesi oppressi si deve considerare non dal punto di vista delle democrazie liberali, ma dal punto di vista dei risultati effettivi nella lotta su scala mondiale contro l’imperialismo

La verità è che dopo due decenni di conflitto, la morte di decine di migliaia di civili, la massiccia distruzione materiale e l’aumento dei livelli di violenza e del traffico di droga sono l’unica eredità di Washington e dei suoi alleati per la popolazione afgana distrutta. E non possiamo non notare con forza che, secondo i rapporti dei media internazionali, “la partenza delle truppe statunitensi arriva in un momento in cui il gruppo armato talebano controlla sempre più territorio, rendendo legittimo considerare la possibilità che i fondamentalisti possano tornare al potere con l’aiuto occulto della Casa Bianca” e l’ulteriore presenza nel paese delle truppe dello Stato Islamico sconfitte e portate dalla Siria per mano di Washington.

 


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