Alessandra Riccio, «Racconti di Cuba»

Alessandra Riccio, «Racconti di Cuba» – In questo libro non c’è neanche una parola o una virgola di troppo: si legge, ci si appassiona, si chiude e si pensa… a Cuba

di Luciana Grillo – l.grillo@ladigetto.it
Fonte

Amazon.it: Racconti di Cuba - Riccio, Alessandra - Libri

Editore: Iacobellieditore, Pagine: 128

Due anni fa sono stata a Cuba e ho cercato di guardare l’isola, L’Avana, le altre città, le strade e le persone, il mare, con occhi limpidi, non condizionati dalla Storia e dalle storie, ho ascoltato musica e racconti, ho passeggiato lungo il Malecòn, sono andata a visitare il Museo della Rivoluzione e la Bodeguita resa celebre da Hemingway.

Sono tornata in Italia con la certezza che a Cuba andrò di nuovo… e in attesa di poter rivedere luoghi già noti e di scoprirne altri, ho seguito al Teatro Sanbàpolis un ciclo di film cubani che mi hanno fornito informazioni interessanti.
Mi ha particolarmente colpito un film, Fresa y chocolate, girato dal regista Tomàs Gutiérrez Alea, detto Titòn.

Ho letto con grande attenzione e curiosità questi racconti, scritti da una donna colta, docente di Letteratura spagnola e ispanoamericana presso l’Istituto Orientale di Napoli, giornalista dell’Unità a Cuba dal 1989 al 1992.
Alessandra Riccio è una delle persone più esperte della storia di Cuba, ha scritto insieme a Gianni Minà sulla rivista Latinoamerica ed è fondatrice della Società italiana delle Letterate.
E tra i racconti scopro con gioia che uno è dedicato proprio a Titòn!

Ma procediamo con ordine: nelle prime pagine incontriamo Paquita, «in strada insieme a milioni di persone a festeggiare la fine della tirannia e l’inizio di un’era di giustizia…in quello storico 2 gennaio 1959», così legata alla sua isola da non accettare l’invito del figlio a raggiungerlo negli Stati Uniti.
Riccio, procedendo nei racconti e partendo dalla sua esperienza, ricorda che, al suo arrivo a Cuba, Gorbaciov e la Perestroika turbavano chi si chiedeva quali sarebbero state le reazioni del Partito comunista e di Fidel Castro, mentre gli U.S.A. bombardavano Panama, mentre il muro di Berlino e il comunismo sovietico si avviavano al crollo.

E ci parla della Casa se las Américas, «luogo di accoglienza e di stimolo, di integrazione e di scambio… bottega rinascimentale – come amava dire il poeta José Lezama Lima – dove scrittori e pittori, grafici e scultori, musicisti e trovatori, teatranti e critici, editori e bibliotecari hanno accolto per cinque decenni artisti e intellettuali provenienti da ogni angolo delle Americhe», costretti a percorsi lunghissimi per arrivare all’Avana.

Altro viaggio fu quello organizzato dal console generale di Francia a Cuba per far espatriare un ex poliziotto dei tempi prerivoluzionari che era nel frattempo stato imprigionato.
Si era rivelato un «delicato e struggente poeta», ma la detenzione lo aveva reso paralitico.
Dunque, senza dare ascolto «ai carcerieri che descrivevano il prigioniero come un gran commediante mettendo perfino in dubbio il fatto che Valladares fosse costretto su una sedia a rotelle», lo prese in consegna, vergognandosi poi vedendo che si dirigeva «camminando speditamente verso l’aereo sotto gli obbiettivi dei fotografi».
Interessante la storia di Zoe Valdés, che «non aveva ancora venti anni, era piena di sogni e scriveva delle poesie spregiudicate e intriganti».

Ebbe una vita piena, giovanissima si unì a Pepe Antonio Gonzàles, che «credeva nelle sue doti di scrittrice e aveva voluto aiutarla a crescere e a esprimersi» e nel 1988 insieme tornarono a Cuba, per contribuire «al processo innovativo che si annunciava tanto in politica che nelle arti», lavorando «in quello straordinario centro di elaborazione intellettuale che… è stato e continua ad essere l’Icaic (Instituto cubano de Arte y Industrias Cinematogràficas)».

Gli eventi complicati e dolorosi della vita, alla lunga, hanno cambiato Zoe e deluso Alessandra Riccio che si chiede: «Se me la trovassi davanti, cosa potrei dirle? Che avrei capito ogni sua debolezza…; che avrei condiviso la preoccupazione per il futuro della figlia, la frustrazione di Ricardo, cineasta senza lavoro, la sua voglia di affermarsi. Che avrei capito tutto o molto dei suoi problemi, ma non il ricorso all’ipocrisia, non le sue bugie, non l’essersi venduta sia pure a un generoso compratore».

Vorrei dilungarmi ancora, per esempio sulla storia di Dulce Marìa, «tempra di cubana purosangue», ma vorrei non dover tagliare da questa recensione la storia di Titòn, cineasta geniale che definì «il neorealismo come l’espressione terzomondista di una regione europea sottosviluppata… non solo per gli effetti devastanti della guerra, ma anche strutturalmente, come lo era quel sud dell’Italia che così spesso veniva mostrato nei, o serviva come riferimento ai, film della scuola».
Indimenticabile il suo film Memorias del subdesarrollo del 1968, come il già citato Fresa y chocolate girato «nei tre anni in cui ha combattuto contro il cancro», come indimenticabile è «la lettera che scrive a Saulio adolescente e ribelle, raccontando cosa è stata la rivoluzione per lui e cosa deve ancora essere…, dà la misura dell’umanità di quel grande artista e intellettuale che ha chiesto a se stesso l’impossibile per mantenere una coerenza di vita e d’arte davvero esemplari».

Riccio continua speditamente, ci presenta l’Historiador de la Ciudad – Eusebio Leal – «che legge nella storia come in una sfera di cristallo e che dalla storia passata trae sempre indicazioni di futuro… ha insegnato anche a me che la volontà smuove montagne…»
Quante persone entrano nell’universo di Alessandra Riccio! Ne cito solo alcune, ma tutte rimarranno con me, nei miei pensieri e, spero, anche in quelli delle lettrici e dei lettori.
Sono Norka (che ha lasciato gli eleganti saloni della Maison Dior a Parigi per tornare ai suoi figli e al suo paese), Alina (irrequieta figlia ribelle del lìder màximo), Naty (che sa cosa significhi rinunciare a un figlio), Estela «dura nel lavoro, implacabile e sferzante con i suoi collaboratori», Claudia, sfuggita a un massacro in Namibia, «fa a tempo a vedere il massacro, i bianchi che infieriscono su donne e bambini», arrivata a Cuba perché «Fidel Castro, informato del massacro e del numero di ragazzini feriti, dispone che vengano trasportati immediatamente all’ospedale di Nueva Gerona, nell’Isola della Gioventù, dove, una volta curati, potranno frequentare una delle decine di scuole dove studiano ragazzi di ogni provenienza, congolesi, mozambicani, nicaraguensi, saharawi, etiopi, angolani, per un totale, davvero generoso, di 36.000 studenti del Terzo Mondo alla cui istruzione, al cui nutrimento, alla cui crescita provvede lo stato cubano».
L’ultima storia riguarda Giustino Di Celmo, padre di un giovane «ucciso dall’esplosione di una carica di esplosivo C – 4, piazzato nella hall dell’hotel Copacabana».

In questo libro, non c’è neanche una parola o una virgola di troppo: si legge, ci si appassiona, si chiude e si pensa… La prossima volta che andrò a Cuba

 

Pubblicato in Attualità, Cuba, Cultura

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