Fine della cooperazione europea e sanzioni a Cuba: Deutsche Welle e la sua puzzolente propaganda di guerra
Tradotto da: Elena Masera Arigoni
José Manzaneda, coordinatore di Cubainformación
Gruppi di pressione finanziati dal governo statunitense, la maggior parte dei quali con sede a Miami, esercitano una costante attività di lobbying a Bruxelles.
L’obiettivo: porre fine all’Accordo di dialogo politico e di cooperazione UE-Cuba (1).
Questo accordo è nato nel 2016, in linea con la politica di riavvicinamento all’isola dell’allora presidente Barack Obama (2).
Un riavvicinamento che è terminato con l’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca (3). E oggi, Washington e Miami stanno raddoppiando le pressioni su Bruxelles affinché torni alla sua precedente politica di sanzioni contro Cuba.
Per loro, è importante raggiungere il pubblico europeo. E giornalisti e media del Vecchio Continente stanno collaborando a questo scopo. È il caso del canale pubblico tedesco Deutsche Welle che, qualche giorno fa, ha pubblicato un servizio intitolato “Cuba implode: l’UE deve continuare a scommettere sul dialogo? (4)”
Il testo ci dice che “i recenti dialoghi tra Bruxelles e L’Avana hanno raccolto numerose critiche”, poiché “sollevano dubbi sulla misura in cui il blocco sostiene il regime cubano con questo canale di comunicazione e finanziamento”.
Numerose critiche, dubbi, da parte di chi? Chi è scelto da questi media come fonte esperta su Cuba? Vediamo. Uno, María Elvira Salazar, falco dell’ultradestra cubano-americana (5); due, Elena Larrinaga, dell’Osservatorio cubano per i diritti umani (6); tre, Gabriel Salvia, del Centro per l’apertura e lo sviluppo dell’America (CADAL) (7); e quattro, Laritza Diversent, del gabinetto Cubalex (8). Tutti e quattro lavorano in enti finanziati dal governo statunitense – tutti e quattro, senza eccezione!
E tutti e quattro sono in linea con la politica di accerchiamento economico e politico di Cuba. Un assedio che, oltre ad aver distrutto, negli ultimi cinque anni, le entrate tradizionali dell’isola (turismo, investimenti, prestiti, servizi medici…), mira ora a porre fine ai progetti di cooperazione allo sviluppo finanziati dall’Unione Europea attraverso le ONG.
“Ogni euro inviato all’Avana finanzia la repressione”, “i fondi europei sono destinati (…) alla salute e all’istruzione”, sì, ma potrebbero essere “dirottati verso scopi non correlati allo sviluppo umano”, sono alcune delle giustificazioni. Per questi sciacalli, l’impoverimento generale del popolo cubano come risultato delle oltre 240 recenti sanzioni, oltre al tradizionale blocco, non è sufficiente (9). Ora vogliono liquidare i pochissimi progetti di cooperazione europea in campo agricolo, energetico o sanitario.
Il rapporto include una quinta voce, è vero: qualcuno che difende l’attuale accordo UE-Cuba. Una su cinque. La “pluralità di opinioni” deve essere giustificata. Si tratta di Susanne Gratius, analista del CIDOB, un think tank spagnolo (10) che, su Cuba, difende “la presenza e l’influenza”, poiché “è molto difficile avere un dialogo con i dissidenti e gli oppositori, perché quasi tutti vivono fuori dal Paese”. In altre parole, l’obiettivo è lo stesso: interferire nella politica sovrana di un Paese che si pretende ancora di trattare come una colonia.
Ma nel rapporto c’è qualche parere del mondo accademico, dell’intellighenzia cubana, qualche voce di esperti che metta al centro dell’analisi della crisi cubana l’impatto brutale del blocco economico statunitense? Nemmeno una.
L’articolo è stato scritto da María Santacecilia, una giornalista la cui visione neocoloniale dell’America Latina è ben nota. Recentemente ha definito una “soluzione elegante alla crisi del Canale di Panama” il fatto che il fondo statunitense Blackrock ne abbia rilevato le concessioni, precedentemente sotto il controllo di società cinesi (11). Una “soluzione elegante” che è arrivata, ricordiamolo, dopo le minacce dirette a Panama da parte di Donald Trump.
Ecco cosa è diventato il giornalismo dei media europei, compresi quelli di proprietà pubblica (12). Una maleodorante propaganda di guerra contro i popoli ribelli del Sud globale.
