Guerre e sovversione permanente. L’offensiva imperialista USA in Africa, Cuba, Cina e nel resto del mondo

Nella sua analisi della situazione internazionale, il Partito Comunista Portoghese (PCP) ha sottolineato due caratteristiche fondamentali: da un lato, l’instabilità e l’incertezza che la caratterizzano e, dall’altro, la coesistenza di pericoli di regressione di civiltà con potenzialità rivoluzionarie.

di CARLOS LOPES PEREIRA
Fonte:
Traduzione: Mauro Gemma per Marx21.it

L’elemento più rilevante di questa situazione è l’approfondimento della crisi strutturale del capitalismo, essendo «sempre più evidente che i settori più reazionari e aggressivi dell’imperialismo utilizzano il fascismo e la guerra come una« via d’uscita » dalla crisi, con gli USA in testa che cercano di difendere con tutti i mezzi un’egemonia che sta sfuggendo loro » (1).

Per il PCP, l’arroganza dell’amministrazione USA e il suo disprezzo per il diritto internazionale non hanno limiti: “La corsa agli armamenti anche nello spazio, il successivo stravolgimento dei trattati e degli accordi di disarmo nucleare, la minaccia di usare l’arma nucleare, mostrano anche fino a che punto sono pronti a spingersi i falchi e i fascisti che imperversano nel Pentagono e nella Casa Bianca e che guidano la NATO per difendere il loro sistema di sfruttamento e imporlo al mondo intero » (2).

La pandemia Covid-19 non altera, anzi evidenzia e conferma, la validità dell’analisi dei comunisti portoghesi. E non mancano i recenti esempi dell’offensiva aggressiva dell’imperialismo su scala mondiale, a scapito dei diritti dei popoli e delle leggi internazionali, guidata dagli USA e dai suoi alleati.

Per quanto riguarda la Repubblica Popolare Cinese, eletta dagli imperialisti a principale nemico, l’elenco degli attacchi e delle provocazioni aggressivi è lungo: dalla guerra commerciale alla chiusura dei consolati, alle vessazioni e sanzioni contro diplomatici, giornalisti e studenti cinesi, alle provocazioni della marina statunitense nel Mar Cinese Meridionale, all’intensificazione delle interferenze negli affari interni cinesi come in Tibet, Hong Kong, Xinjiang e Taiwan.

Quanto alla Russia, un altro degli avversari strategici indicati da Washington, la società Rand, centro di intelligence e analisi americano, ha diffuso nel maggio 2019 la “ricetta” nordamericana per indebolire il Paese eurasiatico, che gli autori sostengono di considerare “potente” e in grado di competere con gli USA “in alcuni settori chiave”.

Secondo il documento di Rand, think-tank che lavora per il Pentagono e il Congresso, gli Stati Uniti intendono indebolire la Russia premendo all’estero e all’interno. I fattori esterni citati sono la creazione di tensioni da parte di Washington nelle ex repubbliche sovietiche, il suo sostegno alle organizzazioni terroristiche in Siria e la pressione su Mosca nella corsa agli armamenti. Internamente, si tratta di sostenere le forze di opposizione. L’obiettivo è far si che gli Stati Uniti e i loro alleati, con tali “metodi di influenza”, esercitino pressioni nelle aree economiche, politiche e militari per “sovraccaricare e sbilanciare” l’economia e le forze armate russe, nonché la stabilità politica della Russia.

Questa sovversione permanente degli Stati Uniti esercitata con tutti i mezzi che mira a rovesciare i governi progressisti e ad imporre regimi fantoccio, sottomessi a Washington, non conosce confini.

Washington libera fondi per la sovversione

In America Latina, il brutale blocco contro Cuba socialista, imposto quasi sei decenni fa dagli Stati Uniti nel tentativo fallito di soffocare l’economia e porre fine alla Rivoluzione Cubana, è stato rafforzato durante la pandemia Covid-19 per impedire l’arrivo nell’isola delle medicine, del cibo e del carburante. Sono noti anche i metodi usati contro il Nicaragua, governato dal Fronte sandinista, o contro la Repubblica Bolivariana del Venezuela: blocchi e sanzioni economici e finanziari, furto di beni petroliferi negli Stati Uniti e dell’oro depositato presso la Banca d’Inghilterra, a Londra, il sostegno di milioni di dollari ai settori dell’opposizione fascista, la guerra legale, i tentativi di corruzione di funzionari governativi e di alti gradi militari, la pressione diplomatica internazionale, le minacce costanti di aggressione armata, l’uso del traffico di droga come pretesto per interferenze, tutto con il sostegno dei governi sudamericani reazionari come quelli del Brasile e della Colombia e con l’accompagnamento di un’ampia campagna di propaganda mondiale. E c’è il caso recente della Bolivia, in cui gli USA – direttamente e attraverso l’Organizzazione degli Stati Americani, strumento della politica imperiale di Washington – hanno promosso e appoggiato il colpo di stato di destra contro il presidente costituzionale Evo Morales.

Ad altre latitudini, gli Stati Uniti stanno conducendo guerre in Afghanistan e Iraq, dove mantengono le truppe, nonostante i ripetuti annunci del loro ritiro. Promuovono la guerra in Siria da quasi un decennio, creando, finanziando e armando gruppi terroristici, occupando illegalmente aree del territorio siriano e saccheggiando il suo petrolio, minando l’integrità territoriale della Siria e la sua sovranità nazionale, impedendo lo sviluppo pacifico del popolo siriano. Armano l’Arabia Saudita e gli alleati nella guerra nello Yemen, provocando migliaia di morti e rifugiati. Stracciano l’accordo di pace con l’Iran, applicando sanzioni economiche e uccidendo i suoi leader, minacciano di attaccare il Paese dei persiani. In Medio Oriente, sostengono Israele politicamente, economicamente e militarmente, coordinano con Tel Aviv la loro politica criminale contro i diritti del popolo palestinese, sponsorizzano alleanze tra Israele e le monarchie arabe nella regione, incoraggiano veri e propri tradimenti della causa palestinese.

L’Africa Australe obiettivo prioritario

In Africa, la Libia è oggi l’esempio più evidente dei risultati dell’intervento nordamericano nel continente. Nel 2011, le forze statunitensi, con il supporto di altri paesi della NATO, sono intervenute militarmente nel paese nordafricano, hanno rovesciato e successivamente assassinato il presidente Muammar Gheddafi, creando il caos.

Con enormi riserve di petrolio, la Libia era allora uno dei paesi africani più sviluppati e pacifici. L’aggressione imperialista ha distrutto lo Stato unitario, diviso il Paese, provocato ancora oggi una guerra civile senza fine in vista, aperto la porta a molteplici interferenze straniere, favorito il traffico di persone, armi e droga attraverso il territorio, consentito l’emergere e l’armamento di gruppi terroristici che diffondono instabilità lungo la fascia del Sahel.

Gli Stati Uniti hanno un passato vergognoso di interventi aperti o segreti in Africa: colpi di stato, omicidi di leader, cospirazioni e azioni destabilizzanti volti a fermare l’emancipazione e lo sviluppo dei popoli africani recentemente liberati dal dominio coloniale.

Nel 1961, la CIA fu coinvolta nell’assassinio di Patrice Lumumba, l’eroe dell’indipendenza del Congo e suo primo capo del governo. Washington in quel momento sostenne la secessione del Katanga e sponsorizzò l’ascesa al potere di Mobutu Sese Seko, il dittatore che è stato a capo del Congo, ribattezzato Zaire, per più di tre decenni, al servizio degli interessi degli Stati Uniti e di altre potenze occidentali.

Gli Stati Uniti si schierarono con il Portogallo coloniale-fascista nelle sue guerre (1961-1974) contro la lotta per l’indipendenza nelle colonie africane, fornendo copertura diplomatica, finanziamenti e armamenti, con gli alleati della NATO, alla dittatura di Salazar e Caetano. Inoltre, le successive amministrazioni statunitensi hanno sostenuto i regimi razzisti in Sud Africa e Rhodesia e hanno osteggiato combattenti anti-apartheid come Nelson Mandela.

Dopo la rivoluzione di aprile in Portogallo, nel 1974, e la solidarietà mostrata dalle forze progressiste portoghesi ai movimenti di emancipazione in lotta, gli Stati Uniti si sono adoperati per impedire l’indipendenza dell’Angola e di altri paesi dell’Africa meridionale, alleandosi con il regime dell’apartheid e aiutando le truppe d’invasione sudafricane e zairesi nelle guerre intraprese per soffocare alla nascita la giovane Repubblica Popolare d’Angola, sostenuta dai combattenti internazionalisti di Cuba e dell’Unione Sovietica.

Fu una sconfitta enorme per l’imperialismo americano e una vittoria per i popoli africani: sancì il fallimento militare dell’esercito sudafricano in Angola – di cui la battaglia di Cuito Cuanavale è un simbolo -, aprì la strada all’indipendenza della Namibia e dello Zimbabwe e alla fine dell’apartheid in Sudafrica.

Nell’Africa meridionale, nonostante le contraddizioni e le difficoltà inerenti ai processi di sviluppo e i problemi creati dall’imperialismo e dai suoi alleati – compreso l’inizio delle guerre civili – i movimenti di liberazione nazionale che sono saliti al potere attraverso la lotta politica e armata continuano a governare i loro paesi, sostenuti dalla maggioranza dei loro popoli. Così è in Angola (sotto la direzione del MPLA), in Mozambico (FRELIMO), in Namibia (SWAPO), in Zimbabwe (ZANU-FP), in Sudafrica (ANC – African National Congress e i suoi alleati SACP – South African Communist Party e COSATU – Congress of South African Unions) e in Tanzania (Chama  Cha Mapinduzi – Partito della Rivoluzione).

Questo fatto – la presenza dei vecchi movimenti di liberazione nazionale nei governi dei paesi in prima linea nell’Africa meridionale – insieme alla partecipazione dei comunisti sudafricani al governo del loro paese e all’ingresso della Repubblica sudafricana nel 2011 nel  gruppo delle economie mondiali emergenti che costituiscono i BRICS (3) -, è una spina nella gola dell’imperialismo. Non c’è da meravigliarsi, quindi, che la regione meridionale del continente africano continui ad essere un obiettivo prioritario dei disegni imperiali nordamericani, che non nascondono il loro sostegno alle opposizioni in ciascuno di questi paesi. In questo contesto, possiamo capire meglio, ad esempio, la pressione del FMI e delle potenze occidentali per imporre lì politiche neoliberiste, il mantenimento di pesanti sanzioni economiche contro lo Zimbabwe e la partenza  nel 2017 di attività da parte di gruppi terroristici, presumibilmente legati al sedicente “Stato Islamico ”, sulla costa della provincia settentrionale di Cabo Delgado, in Mozambico, dove è in preparazione l’avvio di imponenti progetti internazionali per l’esplorazione del gas naturale.

Per le sue azioni di sovversione permanente, attraverso operazioni segrete, gli USA utilizzano, in Africa, anche strumenti noti come  National Democracy Foundation (NED), sospettata di legami con la CIA, Freedom House, Human Rights Watch o l’Agenzia degli Stati Uniti per lo sviluppo internazionale (USAID) che, dotata di miliardi di dollari, direttamente o attraverso organizzazioni di facciata non governative, finanzia partiti di opposizione, crea sindacati fittizi e anche gruppi terroristici, offre borse di studio , promuove campagne di propaganda e disinformazione, esacerba i problemi reali (povertà, disoccupazione, corruzione, violazione dei diritti fondamentali), contribuendo a creare un ambiente favorevole al cambio di regime (4).

Più di 30 basi degli Stati Uniti in Africa

Dall’inizio degli anni ’90 del secolo scorso, con la scomparsa dell’Unione Sovietica, che contribuiva all’emancipazione nazionale e sociale dei popoli africani e del mondo intero, gli USA hanno iniziato a rafforzare la propria presenza militare in Africa. Per due ragioni principali: una, la loro strategia di dominio globale e il controllo e lo sfruttamento delle fonti energetiche e di altre risorse naturali; e la seconda, elaborata in seguito, per cercare di fermare “l’influenza” di Cina e Russia, paesi considerati avversari strategici.

Sotto la direzione di AFRICOM (comando militare statunitense per l’Africa, che copre l’intero continente tranne l’Egitto, che dipende direttamente dal Pentagono), creato nel 2007 e con sede a Stoccarda, in Germania, è stata costruita una rete di basi militari nel continente africano, per la maggior parte segrete ma che alcune fonti stimano essere più di trenta.

Le basi principali sono Camp Lemmonnier (Gibuti) e una in costruzione in Niger (Agadez), entrambe in grado di operare con droni, rendendo quella nigerina il principale distaccamento militare statunitense in Africa occidentale. La rete comprende, oltre a queste basi principali, postazioni permanenti – “siti operativi avanzati” e “unità di sicurezza cooperativa” – e altri “siti di emergenza” più piccoli.


Africom, il comando unificato militare del Pentagono che ha come scopo l’addestramento dei militari africani e la protezione degli enormi interessi statunitensi in Africa.

AFRICOM non rivela l’ubicazione di questa rete di basi, “per motivi di sicurezza operativa”, ma le indagini giornalistiche di Intercept indicano una concentrazione di forze in Libia, Corno d’Africa (Somalia) e Niger. Tunisia (a nord), Kenya e Uganda (a est), Mali, Ciad, Niger e Burkina Faso (nel Sahel), Camerun, Gabon, Ghana e Senegal (a ovest) e Botswana (a sud) sono altri paesi africani che offrono strutture per truppe e droni statunitensi.

AFRICOM non si limita a coordinare le operazioni militari sul terreno. Stabilisce con la maggior parte dei governi dei 55 stati africani, con i quali intrattiene buoni rapporti, protocolli di cooperazione per missioni «umanitarie», la formazione di alti ufficiali, le esercitazioni militari congiunte e le missioni navali contro diversi traffici e la pirateria nel Golfo di Guinea e nel Corno d’Africa.

È noto che le forze statunitensi in Africa a volte utilizzano basi di altri paesi, come la base aerea di Niamey in Niger, condivisa da Francia e Stati Uniti. I francesi, infatti, con vasti interessi neocoloniali nel continente, hanno anch’essi una serie di basi militari – aeree e navali – nel continente africano, soprattutto nella fascia del Sahel e nella regione occidentale, ma anche nell’Oceano Indiano.

Così, le potenze imperialiste, con gli USA in testa, stanno “accompagnando” le guerre in Africa – in Libia e nella striscia del Sahel, in Nigeria e nel bacino del Lago Ciad, in paesi come la Repubblica Democratica del Congo e la Repubblica Centrafricana, in Somalia e Kenya, e anche nel Mozambico settentrionale.

Guerre, nella maggior parte dei casi, provocate dagli stessi imperialisti, nel tentativo di dominare il mondo e sfruttare la ricchezza dei popoli. Popoli che, nonostante tutto, resistono e lottano per i propri diritti e per una vita migliore.

 

Note:

(1) Jornal Avante!, número especial, 07/09/19, p. 20

(2) Idem, ibidem

(3) BRICS – Grupo de economias emergentes constituído em 2011 pelo Brasil, Rússia, Índia, China e África do Sul

(4) Métodos teorizados por Gene Sharp, um académico com ligações à CIA, que escreveu um livro, «Da Democracia à Ditadura», um manual de golpes de Estado suaves, com recomendações seguidas nas contra-revoluções «coloridas» da primeira metade da década de 2000, apoiadas pelos EUA e seus aliados locais, e em outras zonas.

Pubblicato in Attualità, Cuba, Internazionale

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