II. La politica estera della Rivoluzione cubana. Solidale e antimperialista

Dal presidente Einsenhower ad oggi, tredici presidenti hanno sfilato alla Casa Bianca negli ultimi sessant’anni. Tutti, con l’eccezione forse di Carter, hanno perseguito una politica ostile contro Cuba, con l’obiettivo di rovesciare la storia portando un “cambio di regime”, fallendo tuttavia in questo scopo. La grande maggioranza del popolo cubano intorno al partito comunista e ai suoi dirigenti ha difeso le conquiste e il modello socialista, contrastando fermamente tutti i tentativi di distruggerlo. La politica estera cubana è sempre stata rispettosa della sovranità degli altri stati, reagendo con ostilità solo di fronte alle aggressioni. Cuba non è un pericolo né una minaccia per gli Stati Uniti e i suoi vassalli. Cuba non propone di modificare l’organizzazione interna della società statunitense o di altri stati. Cuba vuole solo vivere in pace con relazioni normali con tutti i suoi vicini.
Cuba lavora per il disarmo nucleare e il disarmo generale e completo, e a tal fine esige che le potenze nucleari rispettino tutte le disposizioni del Trattato di Non Proliferazione Nucleare che sono state ignorate fino ad ora. Cuba pratica e si oppone a tutte le manifestazioni e pratiche di discriminazione sociale. Cuba è stata vittima per anni di azioni terroristiche da parte di organizzazioni con sede negli Stati Uniti e per questo motivo, e per principio, si oppone e combatte ogni tipo di attività terroristica, qualunque siano le ragioni addotte per giustificarla, da chiunque sia attuata o contro chiunque sia attuata. La difesa della Carta delle Nazioni Unite e dei suoi principi e obiettivi sono la guida della politica estera cubana.
In questo momento in cui stiamo tornando all’era del confronto e sorgono nuovi pericoli che devono essere affrontati, è urgente prepararci sempre di più“, ha affermato Bruno Rodríguez Parrilla, il ministro degli esteri cubano.  In questo contesto, il Minrex (Ministero degli Affari Esteri) è stata in grado di combinare il talento dei funzionari più esperti con la formazione di una generazione di giovani diplomatici con un forte senso di impegno rivoluzionario.

a cura di G. Federico Jauch
Varie fonti

Questa foto dell'agenzia nazionale siriana, Sana, scattata il 15 maggio 2001, mostra il presidente siriano Bashar al-Assad che saluta il suo omologo cubano Fidel Castro al suo arrivo a Damasco. (AFP / SANA / Handout). 
L’11 agosto del 1965, la Repubblica araba siriana e Cuba hanno stabilito relazioni diplomatiche, un accordo che è stato firmato dagli allora presidenti di entrambi i Paesi, Hafez al-Assad e Fidel Castro (leggi). Il fronte comune contro l’egemonia statunitense è uno dei collanti delle relazioni cubane-siriane: oggi questa cooperazione è stata e sarà ulteriormente intensificata, a causa della politica aggressiva adottata dagli Stati Uniti nei confronti della Siria, di Cuba e del Venezuela in questo periodo di emergenza sanitaria.

Cuba, un piccolo stato insulare, di appena 11 milioni di abitanti, ha mantenuto in tutti questi anni un’ingente politica estera con portata ed influenze globali basata sulla fedeltà ai principi della sua Rivoluzione, sul rifiuto fermo alle aggressioni ed a tutti i blocchi, embarghi, sanzioni illegali degli Stati Uniti e sull’appoggio alle cause giuste nel mondo. Questa opinione è condivisa anche dai pochi, anche se potenti nemici, che non potevano impedire che i rapporti creati con popoli e governi nel mondo si diffondessero e diversificassero. Nell’essenza stessa della nazione, nella sua insularità e composizione multietnica, vi sono alcune chiavi per comprendere la relazione attiva che Cuba ha mantenuto col mondo esterno nel corso della storia.

Il presidente russo Vladimir Putin e il presidente cubano Miguel Diaz-Canel si stringono la mano durante il loro incontro nella residenza Novo-Ogaryovo fuori Mosca, Russia, martedì 29 ottobre 2019. Putin ha salutato la resilienza di Cuba di fronte alla pressione degli Stati Uniti mentre ha ospitato Diaz-Canel per colloqui sull'espansione della cooperazione tra i vecchi alleati. (Alexander Nemenov/Pool Photo via AP)

Anti-imperialismo e anticolonialismo. La politica estera di Cuba si è sempre basata sul rispetto alla sovranità ed all’autodeterminazione dei popoli e/o delle nazioni contro gli interventi stranieri, il colonialismo ed altre forme di dominazione ed oppressione. L’isola è stata enfatica inoltre sul rifiuto alla proliferazione delle armi nucleari, della corsa agli armamenti e della presenza di basi militari straniere, compresa quella che occupano illegalmente gli Stati Uniti nel territorio orientale cubano di Guantánamo.

La Piazza Tien An Men durante la visita ufficiale in Cina del presidente cubano Miguel Díaz Canel, 6-8 novembre 2018. Le relazioni diplomatiche Cuba-Cina raggiungono il 60° anniversario (leggi)

Solidarietà e internazionalismo. Il concetto di politica estera della Rivoluzione Cubana trascende i parametri formali che si accettano normalmente. Questa politica va oltre i diplomatici di carriera ed include anche il popolo, cioè medici e tecnici della salute, professori, istruttori d’arte, sportivi, ingegneri ed altri professionisti che prestano servizi in decine di paesi. L’ambito della cooperazione internazionalista cubana fu esempio di ciò che un Paese può ottenere quando si muove secondo principi della giustizia.

Apparve quindi il Programma di salute globale che cercava di estendere i servizi medici a un centinaio di Paesi, principalmente in Africa e in America Latina. Ciò incluse anche la formazione di risorse umane nelle aree in cui i medici cubani lavorano. La Scuola di Medicina Latinoamericana (ELAM), che nell’anno accademico 1999-2000 aveva più di 3000 studenti provenienti da 23 nazioni, moltiplicò le iscrizioni facendo di giovani poveri dei medici per le proprie comunità.

La "ESCUELA LATINOAMERICANA DE MEDICINA ELAM" fa di giovani poveri del mondo dei medici per le proprie comunità

Nel 2005, le gravi inondazioni causate dall’uragano Katrina negli Stati Uniti, spinsero Cuba a organizzare la brigata medica Henry Reeve, intitolata da Fidel in onore di un medico di New York che combatté per l’indipendenza di Cuba. Quella brigata, respinta dai nordamericani, sarebbe stata dispiegata poco dopo sul suolo pakistano, colpito da un forte terremoto, considerato la peggiore catastrofe naturale nel paese, con un bilancio stimato di 80’000 morti e oltre tre milioni di vittime. L’Henry Reeve compì più di una dozzina di missioni al verificarsi di terremoti, inondazioni e altre catastrofi in Guatemala, Pakistan, Bolivia, Indonesia, Belize, Perù, Messico, Ecuador, Cina, Haiti, El Salvador e Cile.

ALBA E LA GRANDEZZA DI FIDEL E CHÁVEZ. Il leader della Rivoluzione cubana e il presidente venezuelano Hugo Chávez hanno firmato la dichiarazione congiunta per la creazione dell'Alternativa Bolivariana per le Americhe (ALBA) il 14 dicembre 2004 all'Avana.

Sebbene l’area della salute sia il fiore all’occhiello della cooperazione internazionale, in altri settori come l’istruzione, il contributo non fu meno importante. Attraverso il metodo cubano Yo sí puedo, sviluppato da specialisti cubani all’inizio del decennio, milioni di adulti in tutto il mondo s’istruirono. Inoltre, come parte dell’ALBA, Cuba e Venezuela svolsero congiuntamente missioni internazionali, come nel caso dell’Operazione Miracolo che si proponeva di gestire sei milioni di persone dalle diverse condizioni oftalmologiche in dieci anni. Il piano iniziato in Venezuela comprendeva una trentina di Paesi in America Latina, Caraibi, Asia e Africa. Professionisti furono dispiegati nel territorio venezuelano in missioni sociali che cambiarono la fisionomia del Paese. Come nel caso del Barrio Adentro, che portò salute a milioni di poveri cittadini di quella ricca nazione.

Un pilastro della Politica estera cubana: "Medici, non bombe"

Nel 2014, i medici cubani scrissero una delle pagine più eroiche della storia della più grande Isola delle Antille, divenendo la chiave della sconfitta dell’epidemia di Ebola che colpì l’Africa occidentale. La brigata cubana che svolse questi compiti ricevette importanti premi dall’Organizzazione mondiale della sanità. La cooperazione internazionale cubana, grazie alle sua portata e trascendenza, divenne elemento centrale nelle relazioni di Cuba con il Terzo mondo. Senza abbandonare i principi di solidarietà che l’hanno sempre guidato, divenne un sistema di cooperazione Sud-Sud vantaggioso per entrambe le parti.

Tuttavia, non mancarono provocazioni e attacchi, come il caso del presidente del Brasile Jair Bolsonaro, le cui dichiarazioni aggressive posero fine alla partecipazione cubana al programma Más Médicos, grazie a cui milioni di brasiliani poterono vedere un dottore per la prima volta nella vita.

Il presidente Miguel Díaz Canel arriva in visita ufficiale in Bielorussia. Minsk, il 21 ottobre 2019

Tra i principali protagonisti dell’attuale politica internazionale di Cuba sono da menzionare il presidente Miguel Diaz-Canel e il ministro degli esteri Bruno Rodríguez Parrilla.

Diaz-Canel ha realizzato in poco tempo visite ufficiali in diversi paesi, tra cui Cina, Russia, Bielorussia, Vietnam, Corea del Nord, Laos, Messico, Irlanda, dove si è riunito con le massime autorità di questi paesi ed ha promosso nessi di cooperazione economica ed in altri ambiti, oltre che di amicizia.

Cina e Russia suggellano la nascita di un fronte anti-USA per cancellare l’egemonia statunitense sul pianeta (leggi)

Da parte sua Cuba ha ricevuto recentemente capi di Stato e di Governo, cancellieri ed altri alti rappresentanti di numerosi paesi. Tra loro vanno menzionati il primo ministro russo, Dimitri Medvedev, il presidente del Venezuela, Nicolás Maduro, la vicepresidente del Vietnam, Võ Thị Ánh Xuân, i cancellieri di questa nazione asiatica e di altri paesi.

Il presidente Miguel Diaz-Canel e il ministro degli esteri Bruno Rodríguez Parrilla. In marzo a Managua, Nicaragua, all' VIII Incontro dell'Associazione degli Stati dei Caraibi. Solidarietà ed unità, principali difese della regione. Vedi:  Discorso 1 e Discorso 2

Da menzionare anche i suoi discorsi magistrali a Caracas, durante la celebrazione del XXV Incontro annuale del Forum di Sao Paulo (leggi); ed a Bakù, Azerbaigian, sede del XVIII Vertice dei capi di Stato e di Governo del Movimento dei Paesi Non Allineati (leggi).

PRINCIPALI RISULTATI DELLA POLITICA ESTERA CUBANA NEL 2020

Fonte: Minrex – Ministerio de Relaciones Exteriores de Cuba

(clicca sull’immagine e leggi)

AFRICA. PER CUBA È MOLTO DI PIÙ DELLA TERRA DEGLI ANTENATI

L’Africa, come insieme di popoli con identità condivise, anche al di là della sua estensione fisica, nel 1963 costituisce l’Organizzazione dell’Unità Africana. Infatti, quando i 32 paesi indipendenti si riunirono ad Addis Abeba in quel periodo, fissarono l’eliminazione del colonialismo e l’indipendenza del continente come obiettivi principali della neonata organizzazione, poi ribattezzata Unione Africana. Da allora, molto è cambiato, i movimenti anticoloniali di liberazione si sono consolidati e hanno trionfato; regimi dittatoriali o razzialmente segregati sono caduti, nuove alleanze regionali sono state forgiate… Così, le strade da seguire per una moltitudine di popoli e nazioni furono ridefinite alla ricerca di un futuro migliore di quello che avevano sopportato negli ultimi secoli.

La sconfitta schiacciante dell'esercito razzista a Cuito Cuanavale è stata una vittoria per tutta l'Africa! La sconfitta schiacciante dell'esercito razzista a Cuito Cuanavale ha dato all'Angola la possibilità di godere della pace e di consolidare la propria sovranità! La sconfitta dell'esercito razzista ha permesso al popolo combattente della Namibia di ottenere finalmente la sua indipendenza!” 
Fidel Castro, frammento del discorso pronunciato il 27 luglio 1991

E in molti di questi processi, passati e presenti, i popoli africani hanno contato sulla mano solidale di Cuba, un piccolo e lontano paese la cui storia e cultura è intrinsecamente legata a quella dell’Africa. Rodolfo Benítez, ambasciatore dell’Avana in Sudafrica, ricorda a Prensa Latina che prima del trionfo della Rivoluzione, la nostra unica presenza in Africa era un piccolo e dimenticato consolato in Egitto, mentre oggi la nazione delle Antille mantiene relazioni con tutti i paesi del continente. Ma non è possibile capire la vera grandezza delle profonde relazioni bilaterali, senza una piena consapevolezza del contributo dell’Africa alla cubanità. La presenza nella nostra isola di quasi 1,3 milioni di africani di più di 200 gruppi etnici, come risultato della crudele tratta degli schiavi, ha segnato per sempre la storia, i costumi, i gusti, le credenze e le tradizioni nazionali, sottolinea Benítez.

Da gennaio al 14 marzo 1965 Ernesto Che Guevara (Ministro dell'Industria e dell'Economia della Repubblica di Cuba, dal 23 febbraio 1961 – 1º aprile 1965) viaggiò in diversi paesi africani: Mali, Congo, Guinea, Ghana, Dahomey (ora Benin), Tanzania, Egitto e Algeria. Un viaggio che viene ricordato ancora oggi in molti di questi paesi. Nell'ambito di questo soggiorno nel continente africano, il 24 febbraio partecipò come osservatore al Secondo Forum Economico dell'Organizzazione di solidarietà afro-asiatica. Il Che era convinto delle innumerevoli restrizioni che ostacolavano e indebolivano la vera azione rivoluzionaria nei paesi della periferia capitalista. In questo Forum la sua idea: "non ci sono frontiere nella lotta a morte contro l'imperialismo", fu accolta calorosamente dai dirigenti africani, e sintetizzò per sempre la sua concezione internazionalista della lotta rivoluzionaria. Foto: Il Che in Africa

Con il trionfo della rivoluzione cubana nel 1959, la solidarietà con i popoli del continente africano divenne una priorità per l’isola. Quasi mezzo milione di cubani hanno combattuto in Africa contro il colonialismo, l’apartheid e per l’indipendenza di diverse nazioni. 2’289 di loro hanno pagato con il sacrificio supremo della loro vita.
In tutti questi anni, centinaia di migliaia di collaboratori cubani hanno prestato servizio in queste terre, nella sanità, nell’educazione, nell’edilizia, nello sport, nell’agricoltura e in molti altri settori. Inoltre, dal 1961 a oggi, decine di migliaia di giovani provenienti dalla stragrande maggioranza dei paesi africani si sono laureati nella più grande isola caraibica, molti di loro in vari campi dell’ingegneria o della medicina. Oggi, africani e cubani stanno affrontando insieme in diversi paesi del continente, come prims contro l’Ebola e altre malattie, la pandemia Covid-19

CUBA E LA CAUSA PALESTINESE

Per ogni bandiera c'è una storia... e la storia della nostra causa finirà presto! Dai valore alla tua bandiera... è la direzione e l'identità... e in essa c'è la causa! Dal centro delle piazze... da Gerusalemme all'Avana, un saluto... no al controllo militare, sì alla voce del popolo! La Palestina è la mia causa. Cuba è la mia causa! Chi non ha bandiera, non ha rivoluzione e non ha esistenza! #PalestinaLibre #LaHuelga_Palestina #VivaCuba

Dal trionfo della Rivoluzione, la posizione di Cuba sulla causa palestinese è sempre stata chiara e forte. La solidarietà, l’appoggio in campo internazionale e la stretta amicizia tra i popoli palestinese e cubano è un fatto noto a tutti e in questi giorni (giugno 2021) è ancora più evidente di fronte agli attacchi israeliani contro i palestinesi a Gerusalemme Est che hanno causato più di 300 feriti e il bombardamento di Gaza che ha ucciso più di 200 palestinesi, tra cui 63 bambini, e ferito più di 1.500 donne e uomini.

Cuba ha chiesto da sempre la fine della costante occupazione e colonizzazione delle terre palestinesi e le continue violazioni dei diritti umani, oltre ad esigere il rispetto di tutte le risoluzioni che l’ONU ha emesso.  E di fronte al silenzio di gran parte della comunità internazionale e dei principali media, Cuba mantiene in tutti gli scenari la posizione dignitosa, giusta e inflessibile di solidarietà con il popolo palestinese.

"Privati della loro terra, espulsi dalla loro stessa patria, sparsi per il mondo, perseguitati e assassinati, gli eroici palestinesi sono un esempio impressionante di abnegazione e patriottismo, e sono il simbolo vivente del più grande crimine del nostro tempo". Fidel Castro

Cuba non dimenticherà mai l’inizio dell’operazione di “pulizia etnica”, meglio conosciuta come Al Nakba (catastrofe, in arabo), con la quale Israele ha espulso violentemente il 78% della popolazione palestinese dalle loro case per aprire lo spazio alla sua strategia di colonizzazione e, come risultato dello sgombero sionista, oggi più di sei milioni di palestinesi non possono tornare alle loro terre, e molti di loro rimangono confinati in campi con condizioni di vita e di sicurezza precarie.

Fidel Castro contro Obama: ”Sostiene Israele e il genocidio contro i palestinesi” (leggi)

Cuba invita tutte persone di buona volontà di tutto il mondo a esigere la fine del più lungo conflitto nel mondo arabo, il rilascio dei prigionieri politici (donne, uomini e bambini) e il riconoscimento del diritto all’indipendenza di questa nazione.
Cuba ribadisce inoltre il suo rifiuto dell’azione unilaterale del governo degli Stati Uniti di stabilire la sua rappresentanza diplomatica nella città di Gerusalemme, in totale mancanza di rispetto per la legalità internazionale e le risoluzioni delle Nazioni Unite, che aumenta ulteriormente le tensioni nella regione.

PERCHÉ CUBA NON SOSTIENE “ROJAVA”

"Rojava" (Kurdistan siriano). "Condanniamo l'intervento imperialista contro la Siria e insieme a voi chiediamo il rispetto della sua sovranità e integrità territoriale". Miguel Díaz Canel, presidente di Cuba

Cuba rispetta e sostiene la sovranità nazionale e l’integrità territoriale della Repubblica Araba di Siria.

curdi siriani (5% della popolazione in Siria, per un totale di 0,6 milioni su una popolazione di circa 10 milioni) sono cittadini della Repubblica Araba Siriana e come tali hanno gli stessi diritti e gli stessi doveri dei cittadini siriani delle altre etnie. Essi sono anzitutto chiamati a rispettare la Costituzione della Repubblica Araba Siriana: questo significa rinunciare a organizzarsi in eserciti privati per di più armati dall’estero (YPG, FDS, ecc.) senza l’autorizzazione dello Stato Maggiore Generale dell’Esercito Arabo Siriano; rompere ogni vincolo che unisce il separatismo curdo allo Stato di Israele e agli Stati Uniti, in quanto avversari della Repubblica Araba Siriana;  rispondere affermativamente alla proposta del governo di Damasco di “tornare nell’abbraccio della patria siriana” per evitare di «sprofondare negli abissi», rinunciando cioè a qualsivoglia forma di secessionismo che esuli dal controllo politico del legittimo governo a guida socialista della Repubblica Araba Siriana.

I curdi, che avrebbero fatto meglio ad accordarsi con Damasco, sono diventati i guardiani del bottino degli USA nel nord est della Siria, ovvero i giacimenti di gas e petrolio che appartengono alla Siria. Le milizie  "Forze Democratiche Siriane" - FDS (a prevalenza curda: l'Unità di Protezione Popolare  - YPG) e l'Unità di Protezione delle Donne - YPJ) requisiscono scuole, edifici pubblici per trasformarli nei loro quartier generali, per non parlare dei rapimenti di giovani siriani per costringerli ad arruolarsi, bruciano i raccolti dei contadini, per non parlare dell'eliminazione di alcuni capi tribù arabi locali. Da tempo, la popolazione siriana protesta contro questi abusi, e diverse volte si sono registrati attacchi armati contro le FDS. Insomma, i siriani che già conoscevano la "democrazia" a stelle e strisce non hanno bisogno di questo surrogato indigesto del "Rojava"

Nessun intervento armato occidentale a guida USA- NATO ha mai portato progresso, basti guardare i Balcani, la Libia, l’Iraq, il Sud Sudan, l’Afghanistan, lo Yemen, ma solo miseria, regressione tribale e medioevale, separatismo, nazionalismo estremo e settario, odio etnico, sottomissione e sfruttamento, morte: de-emancipazione, in primo luogo, sociale.
L’aggressione imperialistica della Siria sta solo riproducendo lo stesso copione. Cuba non sosterrà mai lo smembramento di uno stato legittimo, tanto meno quando ciò avviene per interessi egemonici e geopolitici. Cuba starà sempre dalla parte della Siria, dove ‘ribelli’ e forze transnazionali (terroristi) fronteggiano il governo legittimo di Assad, in un conflitto che ormai dura dal 2011 (vedi, in fondo alla pagina: PRINCIPI FONDAMENTALI DELLA POLITICA ESTERA DELLA RIVOLUZIONE CUBANA).

Essere anarchici e pure imperialisti: la nuova dottrina dello YPG in Siria! (leggi)

L’accordo tra Russia e Turchia aggiunto all’accordo tra Stati Uniti e Turchia è l’ultimo chiodo nella bara del confederalismo democratico delle YPG. Se alla fine si ritirano dal confine, avranno perso tutti i territori di quello che chiamano “Rojava” (Kurdistan siriano) e con esso qualsiasi legittimità politica. Se le YPG si ritirassero dalla Siria settentrionale verso territori in cui la popolazione etnica curda è una minoranza o praticamente inesistente, in particolare nei pozzi petroliferi e nei giacimenti di gas siriani, la loro unica ragione per esistere sarà sopravvivere come esercito mercenario per garantire che gli Stati Uniti possano continuare a saccheggiare le risorse siriane. Il ruolo dei loro leader sarà relegato ad essere, come semplici mendicanti di un piccolo aiuto americano.

"Con le menzogne hanno attaccato l'Iraq e la Libia e li hanno fatti sprofondare nell'instabilità. Con le menzogne hanno trasformato la Siria in un campo di prova per le armi e in un teatro di operazioni per i terroristi, che hanno finanziato sotto false bandiere di democrazia e libertà. Condanniamo l'intervento imperialista contro la Siria e insieme a voi chiediamo il rispetto della sua sovranità e integrità territoriale". 
Miguel Díaz Canel, presidente della Repubblica di Cuba

Le milizie curde di Siria, che continuano ad essere considerate fashion da gran parte della “sinistra radicale” occidentale, non sono nuove a spericolate alleanze internazionali. Nonostante le YPG siano una filiazione del PKK di matrice marxista, negli ultimi anni sono diventate l’interlocutore privilegiato degli Usa, operando di fatto come la fanteria di quest’ultimi. Almeno tre basi militari di Washington sono state realizzate illegalmente sul suolo siriano, proprio nelle aree controllate dai curdi. Inoltre, Israele è tra i fan più accaniti del “confederalismo democratico e socialista” propugnato dalle YPG. Solidale con il separatismo curdo, mentre reprime nel sangue ogni aspirazione di sovranità dei palestinesi.

Non tutte le lotte d’indipendenza sono progressiste. Dipende se indeboliscono l’imperialismo principale o no. Quella del Donbass lo è, quella palestinese pure. Il Kurdistan “indipendente” o “autogovernato” - con le basi USA al suo interno -  oggi ha più o meno lo stesso “valore rivoluzionario” del Kosovo in mano ai narcos jihadisti, oppure del Tibet dei nostalgici del feudalesimo misogino che vorrebbero staccarsi dalla Cina.

In un solo colpo USA e Israele possono tenere sotto minaccia – controllando le aree strategiche curde – l’amico scomodo turco, la Siria, l’Iran, l’Iraq, gli Hezbollah e la stessa Russia. Una gallina dalle uova d’oro così dove la trovano?
Adesso la causa del Kurdistan diventa popolare anche presso la corte fondamentalista di Riad, in barba al tanto decantato femminismo militante delle guerrigliere della Rojava. E’ la logica del nemico del mio nemico, con i curdi individuati come strumento utile a frammentare la Siria e l’Iraq su basi etniche e confessionali e lanciare un monito alla stessa Turchia.

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