Il Brasile e il mondo. Di Flavio Dino(*)

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“La riconosciuta posizione di indipendenza del Brasile nella sua politica estera ha lasciato il posto a una sorta di ombreggiamento mai visto prima, in cui vengono seguite le linee guida unilaterali di un Paese, in questo caso gli Stati Uniti, in un allineamento quasi automatico”.

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(*)Flávio Dino de Castro e Costa (São Luís, 30 aprile 1968) è avvocato, politico, professore ed ex magistrato brasiliano, affiliato al Partito Comunista del Brasile (PCdoB). È professore all'Università Federale di Maranhão (UFMA) e attuale governatore dello Stato di Maranhão.

Nel corso della storia, il Brasile, dalla Proclamazione della Repubblica, la poltrona presidenziale è stata occupata da politici piuttosto plurali nelle loro ideologie e priorità di governo. Tuttavia, nelle varie gestioni, tenendo con to delle dovute differenze, i trattati riguardanti la politica estera brasiliana hanno mantenuto il marchio della serietà e dell’equilibrio, cercando un percorso coerente con la Costituzione federale. La Costituzione federale, all’articolo 4, elenca chiaramente i principi che dovrebbero governare le relazioni internazionali in questo Paese. Quello che vediamo nell’attuale governo, purtroppo, è la scelta di un percorso di rottura preoccupante e senza precedenti.

La riconosciuta posizione di indipendenza del Brasile nella sua politica estera ha lasciato il posto a una sorta di ombreggiamento mai visto prima, in cui vengono seguite le linee guida unilaterali di un Paese, in questo caso gli Stati Uniti, in un allineamento quasi automatico. E, peggio ancora, con ripetute prove che si tratta di un rapporto platonico, a senso unico, con scarsissimi risultati e gravi contraddizioni.

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Il risultato di questo squilibrio è chiaro a tutti. Il Brasile ha perso in gran parte il “soft power” nel mondo, cioè la capacità di influenzare altre nazioni e, soprattutto, di stabilire rapporti di fiducia. Abbiamo perso la dimensione della professionalità che ha sempre contraddistinto la diplomazia brasiliana, trasformandosi in totale mancanza di rispetto per la memoria istituzionale di Itamaraty (Sede del Ministero degli Esteri, ndt). Tutto questo è tanto grave quanto la costruzione di un’immagine esterna con indicatori vergognosi, come l’incapacità di gestione, la priorizzazione di interessi familiari molto dubbi, e la secondarizzazione di agende fondamentali per lo sviluppo della Nazione, come l’istruzione, la salute, i diritti umani e l’ambiente. A ciò si aggiunge la svalutazione del multilateralismo, poiché il Brasile oggi tende ad allinearsi ad un bellicismo contro le istanze sovranazionali,  dando priorità agli accordi bilaterali. Di conseguenza, abbiamo grosse difficoltà nelle relazioni all’interno del Mercosur, impasse con l’Unione europea e lo svuotamento del blocco dei BRICS.

Se consideriamo la realtà economica del Brasile, dove l’agricoltura e altri segmenti hanno bisogno di partner commerciali esterni, è chiaro che dobbiamo ripensare la politica diplomatica del Paese, per proteggere le nostre aziende e i nostri posti di lavoro.

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Invece di battaglie puramente fraseologiche e deliri ideologici, sono indispensabili indipendenza e senso di responsabilità per l’interesse nazionale. Senza subordinazione e con uno spirito veramente patriottico, sarà possibile recuperare il rispetto del mondo per il Brasile.


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