Titolo Originale: SICKO
Regia: Michael Moore
Interpreti: Michael Moore
Durata: h 2.00
Nazionalità: USA 2007
Genere: documentario
Al cinema nell’Agosto 2007
Altri film di Michael Moore
Dopo Bowling a Columbine e Fahrenheit 9/11, Michael Moore riprova a scuotere l’opinione pubblica con un nuovo documentario-denuncia. L’obbiettivo di Moore stavolta è il sistema sanitario Americano e non solo.
Signor Moore, il suo film Sicko tratta dell’industria delle assicurazioni sanitarie in America. Che cosa può insegnare a chi vive fuori dagli Stati Uniti?
«Non credo che il problema sia esclusivamente americano. Penso che, da lavoratore, mi preoccuperei per i tagli praticati dai governi di molti paesi ai danni del sistema di sicurezza sociale tradizionale, ai tondi sottratti alla sanità, all’istruzione, ai servizi sociali. Credo che il film dovrebbe servire da monito ai cittadini i cui governi aspirano ad americanizzarsi ulteriormente: guardate che cosa vi aspetta in una società strutturata in maniera più simile alla nostra. Nei panni degli spettatori di altri Paesi mi spaventerei a sentir parlare in continuazione il mio governo di privatizzazioni e outsourcing di creare un sistema a due pilastri, per gli abbienti e i non abbienti. Penso quindi che il film sia di grande attualità anche fuori dall’America».
È del parere che le privatizzazioni peggiorino le cose.
«Si. Le faccio un esempio in di quello che succede nel mio Paese. Le compagnie assicuratrici spendono fino al 25 per cento del bilancio in oneri amministrativi, burocrazia e così via. I costi amministratici del sistema sanitario federale per i meno abbienti, Medicare, e Medicaid, ammontano al 3 per cento. Ora, alla domanda su quale sia la percentuale di spesa dedicata dal governo a gestire il sistema Medicare, la maggioranza degli americani risponderà che, se le assicurazioni private spendono il 25 per cento, il governo arriverà al 35 o al 45. Invece no, è il 3. E in Canada questa spesa è 1, 7 per cento».
Il nuovo governo conservatore svedese ha l’intenzione di privatizzare tutto: che cosa ne pensa?
«Quello che succede oggi in Svezia è tristissimo perché, anche se nel film non lo dico, il concetto di medicina sociale, almeno nella sua versione moderna, nasce da loro. Nel film un’americana spiega che la differenza tra America e Francia sta nel fatto che in Francia il governo ha paura dei cittadini, in America i cittadini hanno paura del governo. Credo che anche in Svezia il governo abbia paura dei cittadini e spero che la gente insorga. Forse dovranno soffrire un po’ all’inizio, dovranno trovarsi come ci troviamo noi, ma non credo che a cambiare ci vorrà tanto tempo come per l’America. Immaginate di portare un neonato in ospedale e sentirvi dire che è l’ospedale sbagliato, che dovete portarlo nell’ospedale privato convenzionato con la vostra assicurazione, e che il neonato muoia. Quanti neonati morti ci vorranno perché la Svezia torni al sistema giusto? Non credo tantissimi. E mi spiace che non siamo stati in Svezia per il film. Siamo stati in Norvegia e li è roba da matti…».
In che senso: roba da matti?
«In Norvegia è pazzesco. Pensavo che se lo avessimo mostrato nel film nessuno ci avrebbe creduto. Non scherzo: per certe patologie in Norvegia l’assicurazione sanitaria ti paga una settimana l’anno di terme alle Canarie, tutto incluso. Non posso dire una cosa del genere agli americani, penserebbero che sia fantascienza. Così ho dovuto lasciare fuori la Norvegia dal film, perché sarebbe stato troppo. In Norvegia esiste addirittura un filosofo pagato dal governo. I norvegesi hanno una società petrolifera statale, non permettono alle imprese private-di-fare il bello-e il cattivo tempo. Il loro concetto è che “il suolo appartiene alla gente”, o qualcosa del genere. Così pagano un filosofo, un esperto che garantisca che il denaro sia speso eticamente e che il petrolio sia estratto eticamente. Come posso spiegare una cosa del genere a un texano?».
Riesce ancora a essere ottimista con tutte le pentole che scoperchia?
«Assolutamente. Non sono cinico. Credo che le persone possano cambiare. Sono convinto, come dico nel film, che noi americani, in fondo, siamo brava gente. Abbiamo buon cuore e una coscienza, è solo che a volte siamo un po’ tardi, abbiamo bisogno di tempo per renderci conto delle cose. Quando nel mio intervento
agli Oscar ho detto che ci portavano in guerra per motivi fasulli e la platea mi ha fischiato, l’80 per cento degli americani appoggiava l’intervento armato, io facevo parte del 20 contrario. Oggi il 72 per cento degli americani è contro Bush, che gode di un consenso di soli 28 punti».
Pensa che le compagnie assicurative tengano in pugno i politici al punto da non far cambiare nulla?
«Beh, questa volta la lotta è più dura. Il primo sostenitore dell’assistenza sanitaria universale è un senatore che oggi è al secondo posto tra i beneficiari dei finanziamenti dell’assistenza sanitaria privata, Hillary Clinton. Quindi sì, sarà una bella lotta. L’assistenza sanitaria in America rappresenta il 15 per cento del Pil. È un’industria probabilmente più grande di quella automobilistica».
Se lei dovesse ricoverarsi in ospedale chi pagherebbe il conto?
«Beh, prima di tutto devo dire che sono iscritto a tre associazíoni di categoria, quella dei registi, quella degli scrittori e quella degli attori, quindi ho tre piani sanitari diversi. Ma assicurare lo staff di questo film, la produzione, è stata un’impresa. Nessuna delle grandi compagnie voleva assicurarmi perché ho dovuto dirgli di che cosa trattava il film: assicurazioni. Abbiamo passato mesi a cercare qualcuno che ci assicurasse, non potendo neppure iniziare le riprese. Infine abbiamo trovato una piccola compagnia di Kansas City, Missouri, gestita, credo, dall’unico democratico nel mondo delle assicurazioni».
Ha scelto l’Hammersmith Hospital di Londra a rappresentare il servizio sanitario nazionale britannico. Ma la maggioranza degli ospedali pubblici britannici non è così. Spesso sono sporchi, e non si può contare su quel livello di assistenza.
«Abbiamo visitato più di un ospedale in Gran Bretagna e, sulla base di questa esperienza, posso dire che sono rimasto sorpreso. Forse perché facevo il confronto con gli ospedali americani, ma ero meravigliato di quanto fossero belli quelli britannici. Questo non significa che il sistema sia esente da pecche e da problemi e spero che capiate che il materiale girato in Gran Bretagna, Francia e Canada è visto attraverso gli occhi di un americano che fa il paragone con l’America».
Come mai, secondo lei, il tema dell’assistenza sanitaria non occupa una posizione di maggior rilievo nell’agenda politica degli Usa? Perché la gente in America non scende in strada per questo?
«Tutti i sondaggi mostrano che è in realtà il principale tema di politica interna in vista delle prossime elezioni. L’Iraq occupa il primo posto in politica estera, e in generale nella mente degli elettori. L’assistenza sanitaria è al secondo posto ed è il primo tema di politica interna. Sarà un nodo centrale alle prossime elezioni e ho intenzione di entrare nel dibattito. Spero che questo film solleciti i candidati a prendere posizione».
In Sicko lei elogia la sanità di Cuba. È un film pro Castro?
«No, il film mostra che il nostro governo, nella base Usa di Guantanamo a Cuba, fornisce ai detenuti di Al Qaeda un’assistenza sanitaria migliore di quella garantita, in America, a chi ha tentato di salvare le vittime dell’attacco di Al Qaeda l’11 settembre. Chi vedrà il film non si entusiasmerà per Cuba o per Fidel. Dirà: come è possibile che non facciamo queste cose per la nostra gente, ma ci prendiamo cura di chi ci ha attaccato l’ 11 settembre? Utilizzo questo episodio in chiave ironica. Se i prigionieri fossero stati detenuti in Spagna o in Australia o nelle Filippine saremmo andati là. È un caso che si trattasse dì Cuba».
Si aspettava una lettera dal ministero del Tesoro e dall’Amministrazione americana quando è andato a Cuba?
«No, perché i giornalisti sono autorizzati per legge a farlo. Non serve un permesso, e questo è un documentario, una forma di giornalismo, così ci ha sorpreso ricevere la lettera. O meglio: mi ha sorpreso, perché, di quindici che siamo andati, solo io ho ricevuto la lettera. Se davvero ho violato la legge allora avremmo dovuto riceverla tutti, perché tutti siamo tornati con il timbro di Cuba sul passaporto».
Non temeva che il governo cubano si prodigasse per garantirvi l’assistenza migliore a fini propagandistici?
«È un timore che ho sempre, perché davanti alle telecamere la gente tende a mostrare il lato migliore. Così quando siamo partiti abbiamo lasciato là alcuni a Farsi curare. Reggie, una donna, ci ha detto che, quando siamo andati via, ha voluto vedere se si sarebbero comportati allo stesso modo senza telecamere. Lei parla spagnolo, così è sgattaiolata via dalla sua stanza, è scesa giù ed è rientrata in ospedale fingendosi una turista portoricana. Ha detto che è stata trattata esattamente nello stesso modo: “Come si chiama? Data di nascita? Prego, venga”».
Per quel che la riguarda, che differenza c’è tra documentario e propaganda?
«Propaganda è ciò che chi è al potere usa per influenzare l’opinione pubblica, spesso nascondendo la verità. Solo chi è al potere può usare la propaganda attraverso ì grandi media. Faccio molta attenzione nei miei film ad attenermi ai fatti. E sul mio sito web cito tutte le fonti. Quando dico che ci sono nove milioni di bambini negli Usa che non hanno assistenza sanitaria è un fatto. Quando dico che ci sono più di cinquanta milioni di persone prive di copertura è un fatto. Quando dico che 18 mila persone l’anno muoiono perché non hanno l’assicurazione sanitaria è un fatto. La tesi che sarebbe opportuno eliminare le compagnie di assicurazione sanitaria privata e che la sanità non dovrebbe produrre profitti, quella, invece, è una mia opinione».
Da Il Venerdì di Repubblica, 17 Agosto 2007
