L’Ideario del ‘guerrillero heroico’. l’Uomo nuovo, Cuba, il Socialismo, Fidel … [+ VIDEO, FOTO, INTERVISTE]

In occasione dell’anniversario della nascita del guerrillero heroico Ernesto “Che” Guevara (14 giugno 1928), vi proponiamo il suo Ideario, nel quale si riassume il suo pensiero su numerose tematiche: 
avanguardia, il rivoluzionario, il quadro, il militante, l’uomo nuovo, la pace, socialismo, marxismo, partito, gioventù, rivoluzione, popolo e governo, dittatura del proletariato, la donna, teoria rivoluzionaria, Karl Marx, José Martí, Antonio Maceo, Antonio Guiteras, Frank País, Camilo Cienfuegos, Pedro Albizu Campos, Eliseo Reyes, Ernesto Che Guevara, Cuba, Porto Rico, Vietnam, America Latina, sottosviluppo, imperialismo, il lavoro, il lavoro volontario, l’emulazione, la qualità, la pianificazione, l’assenteismo, studio e abilitazione, educazione e cultura, tecnica e rivoluzione tecnica, studente – tecnico – professionista, il guerrigliero, tattica e strategia, lotta armata, Fidel.

di 
Fonte: World Politics Blog
Adattamento, foto e video: ASC-TI
15/06/2020

Testo, foto, video, interviste


Guerrillero Heroico, 1960
©Alberto Korda


Il Che su Fidel: "La mia unica colpa di una qualche gravità è il non aver avuto più fiducia in te sin dai primi momenti della Sierra Maestra e non aver capito con sufficiente rapidità le tue qualità di condottiero e rivoluzionario. Ho vissuto giorni splendidi e ho provato, standoti accanto, l’orgoglio di appartenere al nostro popolo nei giorni luminosi e tristi della crisi del Caribe. Poche volte si è più altamente distinto uno statista come in quei giorni e mi inorgoglisce anche averti seguito senza esitazioni, identificato col tuo modo di pensare e di vedere e valutare i pericoli e i princìpi." 

L’Ideario completo del ‘guerrillero heroico’

Avanguardia
Le avanguardie hanno lo sguardo volto al futuro e alla loro ricompensa, ma questa non si intravede come qualcosa di individuale; il premio è la nuova società in cui gli uomini avranno caratteristiche diverse: la società dell’uomo comunista. L’operaio d’avanguardia deve essere condottiero di masse tramite l’esempio, tramite il proprio convincimento nei confronti del lavoro. E il lavoro deve essere un compito fondamentale del nostro popolo nel corso degli anni. L’operaio d’avanguardia ha oggi una missione fondamentale da compiere: quella di trascinare con il suo esempio, quella di convertirsi in un eroe venerato del lavoro, quella di creare un poco la leggenda del combattente del lavoro, la stessa che si crea quando si tratta del combattente in armi. Un lavoratore d’avanguardia, un membro del Partito dirigente della Rivoluzione sente tutti questi lavori che si chiamano sacrificio con un interesse nuovo, come una parte del suo dovere, ma non del suo dovere imposto, bensì del suo dovere interno e lo fa con interesse. Chiunque abbia un merito qualsiasi che si sia guadagnato col suo sforzo deve dimostrare di essere stato giustamente meritevole di questo riconoscimento per tutto l’anno e per tutto il processo rivoluzionario. Non deve addormentarsi sugli allori. Noi non ci stanchiamo di ripetere che nel caso degli operai d’avanguardia la modestia eccessiva non era una qualità ma un difetto; che l’operaio d’avanguardia deve dar mostra del suo esempio, renderlo vivo e palpabile, comunicarlo, divulgarlo, contagiare del suo entusiasmo tutti gli altri compagni. Se in qualcosa e per qualcosa lottiamo per essere l’avanguardia di questo o di quello è per avere l’onore di dire che siamo in posizione avanzata nel compito di dare al nostro popolo tutto quello che merita, per le sue straordinarie azioni, per il suo straordinario valore, per il suo esempio luminoso per tutti i popoli d’America e del mondo.

Il rivoluzionario
La prima cosa che deve fare un rivoluzionario che scrive la storia è tenersi aderente alla verità come un dito in un guanto. La Rivoluzione si fa attraverso l’uomo, ma l’uomo deve forgiare giorno per giorno il suo spirito rivoluzionario. La cosa più importante è la nazione, è l’intero popolo di Cuba e bisogna esser sempre pronti a sacrificare qualsiasi beneficio individuale in favore del beneficio collettivo. Il rivoluzionario deve essere un lavoratore infaticabile e, oltre che infaticabile, organizzato; e, se invece di imparare con i colpi della lotta, come abbiamo imparato noi, portate già alla lotta rivoluzionaria quella previa esperienza organizzativa, tanto meglio per i paesi dove vi toccherà lottare per la Rivoluzione. Molto ci rimane da fare, per imprimere nella coscienza dei nostri dirigenti quanto più possibile questa necessità vitale […], per imprimere nella coscienza di ciascuno la certezza assoluta che non c’è sforzo che si faccia verso il popolo e che non si traduca, dopo fatti concreti, in concreti vantaggi per la Rivoluzione, che è la sola cosa che noi rivoluzionari cerchiamo: ingrandire la nostra Rivoluzione, dare quanto più possibile al nostro popolo. Non finisce lì né voi avrete saldato il vostro debito con la società nel momento in cui sarete accolti e vi sarete convertiti in operai qualificati; avrete pagato semplicemente la parte proporzionale del debito che c’era da pagare quell’anno, ma poi continuerete ad avere degli obblighi, obblighi che nessuno vi richiederà, che nessuno vi ricorderà tutti i giorni, ma che voi dovrete sentire tutti i giorni per essere davvero dei rivoluzionari. A volte noi rivoluzionari siamo soli, perfino i nostri figli ci guardano come si guarda un estraneo. Ci vedono meno del soldato di posta che chiamano zio. I dirigenti della Rivoluzione hanno figli che ai loro primi balbettii non imparano a chiamare il padre; mogli che devono essere parte del sacrificio generale della loro vita per portare la Rivoluzione alla sua destinazione; la cerchia degli amici corrisponde rigidamente alla cerchia dei compagni della Rivoluzione. Non esiste vita al di fuori di essa. L’uomo che va avanti spinge gli altri a raggiungerlo, attira gli altri verso il suo livello molto più di colui che da dietro spinge solo con la parola. Il miglior indottrinamento rivoluzionario che possa esistere è mostrare, per via d’esempio, il cammino del compimento del dovere. Noi siamo il presente che sta costruendo l’avvenire per i nostri figli e sempre dobbiamo guardare in avanti, verso l’avvenire e distruggere anche il più piccolo rimasuglio del passato. Dobbiamo stare con le armi in pugno, intransigentemente, lottando contro tutto ciò che è cattivo, tutto ciò che è marcio, contro tutto ciò che è pigro, tutto ciò che si trascina, tutto ciò che significa il passato. Dentro le masse rivoluzionarie la vigilanza della loro morale deve essere più rigida, se è il caso, della vigilanza contro il non rivoluzionario o l’indifferente. La condotta rivoluzionaria è specchio della fede rivoluzionaria e quando qualcuno che si proclama rivoluzionario non si comporta come tale non può essere altro che spregevole. Non si può permettere, pena la possibilità che la Rivoluzione si incammini per la pericolosa via dell’opportunismo, che un rivoluzionario, di qualunque categoria e per qualunque criterio, venga assolto da colpe gravi contro il decoro o la morale, per il fatto stesso di essere rivoluzionario. I rivoluzionari non possono prevedere tutte le varianti tattiche che possono presentarsi nel corso della lotta per il loro programma liberatore. La reale capacità di un rivoluzionario si misura dal saper trovare tattiche rivoluzionarie adeguate ad ogni mutamento di situazione, dal tener presente tutte le tattiche e sfruttarle al massimo. Il rivoluzionario, motore ideologico della rivoluzione all’interno del suo partito, si consuma in quell’attività interrotta che non ha altra fine che la morte, a meno che la costruzione non si consegua su scala mondiale. L’atteggiamento comunista di fronte alla vita è mostrare con l’esempio il cammino da seguire, è guidare le masse con il proprio esempio, quali che siano le difficoltà del cammino da superare. E chi può mostrare l’esempio del suo lavoro ripetuto giorno dopo giorno, senza aspettare dalla società altro che il riconoscimento dei suoi meriti di lavoratore, di costruttore di quella nuova società, ha diritto ad esigere nell’ora del sacrificio. E la costruzione della nostra società non potrà farsi in alcun modo se non sulla base del sacrificio. All’interno del paese i dirigenti devono svolgere il loro ruolo d’avanguardia; e, va detto con tutta sincerità, in una rivoluzione vera, a cui si dà tutto, da cui non ci si aspetta alcuna retribuzione materiale, il compito del rivoluzionario d’avanguardia è al tempo stesso magnifico e angoscioso. Noi rivoluzionari dobbiamo dare in ogni momento della nostra vita tutto quanto è possibile a beneficio del lavoro fecondo, a beneficio della Rivoluzione che avanza, a beneficio del popolo, che è tutto uno, che è al nostro fianco, che sta lottando con noi verso l’avvenire. Questo tipo di lotta ci offre l’occasione di diventare rivoluzionari, il gradino più alto della specie umana, ma ci permette anche di laurearci uomini; coloro che non possono raggiungere nessuno di questi due stadi debbono dirlo e abbandonare la lotta.

Il quadro
Chi aspira ad essere dirigente deve poter affrontare, o meglio, potersi esporre al verdetto delle masse e credere che è stato eletto dirigente o si propone come dirigente perché è il migliore fra i buoni, per il suo lavoro, il suo spirito di sacrificio, il suo costante atteggiamento d’avanguardia in tutte le lotte che il proletariato deve condurre giornalmente per la costruzione del socialismo. In un regime che inizia la costruzione del socialismo non si può supporre un quadro che non abbia uno sviluppo politico, ma per sviluppo politico non deve considerarsi soltanto l’apprendistato della teoria marxista; si deve anche esigere la responsabilità dell’individuo per i suoi atti, la disciplina che coarti qualsiasi debolezza transitoria e che non sia combattuta con un’alta dose d’iniziativa, la preoccupazione costante per tutti i problemi della Rivoluzione. Intimamente legato al concetto di “quadro” è quello della capacità di sacrificio, di dimostrare con il proprio esempio le verità e le consegne della Rivoluzione. Il quadro, come dirigente politico, deve guadagnarsi il rispetto dei lavoratori con la sua azione. E imprescindibile che conti sulla considerazione e l’affetto dei compagni che deve guidare lungo le strade dell’avanguardia. Che cos’è un quadro? Un quadro è un individuo che ha raggiunto lo sviluppo politico sufficiente per potere interpretare le grandi direttive emanate dal potere centrale, farle sue e trasmetterle come orientamento alla massa, accogliendo inoltre le manifestazioni che questa faccia dei suoi desideri e delle sue più intime motivazioni. È un individuo dalla disciplina ideologica e amministrativa, che conosce e pratica il centralismo democratico e sa valutare le contraddizioni esistenti nel metodo per trarre il massimo profitto dalle sue molteplici sfaccettature; che sa praticare nella produzione il principio della discussione collettiva e discussione e responsabilità uniche, la cui fedeltà è provata e il cui coraggio fisico e morale si è sviluppato di concerto con il suo sviluppo ideologico, al punto che è sempre pronto ad affrontare qualunque dibattito e a rispondere perfino con la vita del buon cammino della Rivoluzione. E, inoltre, un individuo con capacità di analisi propria, il che gli consente di prendere le decisioni necessarie e praticare l’iniziativa creatrice in modo che non venga a cozzare con la disciplina. Lo sviluppo di un quadro si ottiene nelle azioni giornaliere, ma deve inoltre assumersi il compito d’un modo sistematico in scuole speciali, dove professori competenti, esempi al contempo della scolaresca, favoriscano la più rapida ascesa ideologica.

Il militante
Come potremmo definire i compiti più importanti di un membro del Partito…? Ve ne sono due fondamentali, due che tornano a ripetersi costantemente e che sono la base su cui poggia tutto lo sviluppo della società: la produzione, lo sviluppo dei beni per il popolo e l’approfondimento della coscienza. Il membro del Partito nuovo deve essere un uomo che sente intimamente in tutto il suo essere le nuove verità e le sente con naturalezza, che quello che è sacrificio per la gente in genere sia per lui semplicemente l’azione quotidiana, ciò che bisogna fare e ciò che è naturale fare. Il rivoluzionario vero, il membro del Partito dirigente della Rivoluzione dovrà lavorare ogni ora, ogni minuto della sua vita, in questi annidi lotta tanto dura che ci aspettano, con un interesse sempre rinnovato e sempre crescente e sempre fresco. Tutti i membri dei nuclei devono eccellere per il loro lavoro, per il loro amore per lo studio, per la loro coscienza del dovere, per il loro quotidiano e costante superamento e devono predicare – sopra ogni cosa – con l’esempio del sacrificio e del lavoro sugli altri compagni. Noi, militanti di un partito nuovo, in una nuova regione liberata del mondo e in nuove situazioni, dobbiamo tenere sempre alta la stessa bandiera di dignità umana che levò il nostro Martí, guida di molte generazioni, presente oggi con la sua freschezza di sempre nella realtà di Cuba: “Ogni vero uomo deve sentire sulla guancia il colpo inferto a qualsiasi guancia d’uomo“.

L’uomo nuovo
Le cose più banali e più noiose si trasformano, sotto l’egida dell’interesse, dello sforzo interiore dell’individuo, dell’approfondimento della sua coscienza, in cose importanti e sostanziali, in qualcosa che non può smettere di fare senza sentirsi male: in ciò che si chiama sacrificio. E il non fare il sacrificio si converte per un rivoluzionario nel vero sacrificio. In questo periodo di costruzione del socialismo possiamo vedere l’uomo che sta nascendo. La sua immagine non è ancora finita; non potrà esserlo mai poiché il processo cammina parallelamente allo sviluppo di forme economiche nuove. L’importante è che gli uomini vadano acquistando ogni giorno più coscienza della necessità del loro incorporarsi nella società e, al tempo stesso, della loro importanza come motori della stessa. L’individuo del nostro paese sa che l’epoca gloriosa che gli tocca vivere è di sacrificio; conosce il sacrificio. I primi lo conobbero nella Sierra Maestra e in qualsiasi parte si sia combattuto; dopo lo abbiamo conosciuto in tutta Cuba. L’uomo nel socialismo, malgrado la sua apparente standardizzazione, è più completo; malgrado la mancanza del meccanismo perfetto per ciò, la sua possibilità di esprimersi e farsi sentire nell’apparato sociale è infinitamente maggiore. Le grandi moltitudini si vanno sviluppando, le nuove idee vanno raggiungendo un adeguato impeto in seno alla società, le possibilità materiali di sviluppo integrale di assolutamente tutti i suoi membri rendono molto più fruttifera l’opera. Il presente è di lotta; il futuro è nostro. Dobbiamo lavorare per il nostro perfezionamento interno quasi come un’ossessione, come una pulsione costante; ogni giorno analizzare onestamente ciò che abbiamo fatto, correggere i nostri errori e tornare a incominciare il giorno appresso. Tutti e ciascuno di noi paga puntualmente la sua quota di sacrificio, cosciente di riceverne il premio nella soddisfazione del dovere compiuto, cosciente di avanzare con tutti verso l’uomo nuovo che si intravede all’orizzonte.

La pace
La pace degli uomini che la desiderino con tutte le loro forze, che sono disposti a giovarsene al massimo per la felicità del loro popolo, ma che sanno che non possono mettersi in ginocchio per conquistarla, che sanno che la pace si conquista a colpi di audacia, di coraggio, di incrollabile pertinacia, e che così si difende, e che la pace non è una condizione statica ma qualcosa di dinamico al mondo, e che quanto più forte, unito e belligerante sia un popolo, più facilmente potrà mantenere la pace cui aspira.

Socialismo
Noi socialisti siamo più liberi perché siamo più integri; siamo più integri perché siamo più liberi. Non è solo lavoro la costruzione del socialismo, non è solo coscienza la costruzione del socialismo: è lavoro e coscienza, sviluppo della produzione, sviluppo dei beni materiali mediante il lavoro e sviluppo della coscienza. La costruzione del socialismo è basata sul lavoro delle masse, sulla capacità delle masse, perché si possa organizzare e dirigere meglio l’industria, l’agricoltura, tutta l’economia del paese; sulla capacità delle masse di superare di giorno in giorno le loro nozioni. sempre abbiamo definito il socialismo come la creazione dei beni materiali per l’uomo e lo sviluppo della coscienza; e in questo compito della creazione dei beni materiali è imprescindibile la cifra della produttività del lavoro. La tecnica è la base perché l’industria possa svilupparsi e l’industria, che fa la produzione, è la base del socialismo. Il socialismo è un fenomeno economico e anche un fenomeno di coscienza, ma deve realizzarsi sulla base della produzione. Senza una produzione importante non c’è socialismo. Perché il socialismo, adesso in questa fase di costruzione del socialismo e comunismo, non si è fatto semplicemente per avere le nostre fabbriche brillanti, si sta facendo per l’uomo integrale; l’uomo deve trasformarsi congiuntamente alla produzione che avanza e non svolgeremmo un compito idoneo se fossimo solo produttori di articoli, di materia prima e non fossimo insieme produttori di uomini. Il primo punto del piano inclinato, se pure è possibile chiamarlo piano inclinato, che porta al socialismo è la Riforma Agraria. Chi entra nella Riforma Agraria con un senso di recupero nazionale, con un senso onesto, un senso di giustizia sociale, va indefettibilmente […], in condizioni, naturalmente, stiamo parlando in condizioni di America coloniale, va indefettibilmente verso un’economia socialista… Vale a dire, noi ci troviamo in un’epoca in cui la giustizia non è bandita, non possiamo assolutamente bandirla, non possiamo dare a ciascuno secondo il suo bisogno. Stiamo costruendo il socialismo, dobbiamo dare alla gente secondo il proprio lavoro… Il socialismo non è una società di beneficenza, non è un regime utopico basato sulla bontà dell’uomo come uomo. Il socialismo è un regime al quale si arriva storicamente e che ha come base la socializzazione dei beni fondamentali di produzione e l’equa distribuzione delle ricchezze della società, entro un ambito in cui vi sia produzione di tipo sociale. Il socialismo è un sistema sociale che si basa sull’equa distribuzione delle ricchezze della società, ma a condizione che tale società abbia ricchezze da spartire, che vi siano macchine per lavorare e che quelle macchine abbiano materie prime per produrre quanto è necessario per il consumo della nostra popolazione. E nella misura in cui aumentiamo quei prodotti per distribuirli fra tutta la popolazione andiamo avanzando nella costruzione del socialismo. Possiamo dire che la definizione del socialismo è molto semplice: si definisce dalla produttività che è data dalla meccanizzazione, dal giusto uso delle macchine al servizio della società e da un crescente aumento della produttività e della coscienza che sta nel mettere tutto quello che si possiede al servizio della società: produttività, vale a dire, maggior produzione, maggiore coscienza: questo è socialismo. Bisogna pagare qualunque prezzo per il diritto di tenere sempre alta la nostra bandiera e il diritto di costruire il socialismo secondo il volere del nostro popolo! Non può esistere socialismo se nelle coscienze non si opera un mutamento che provochi un nuovo atteggiamento fraterno nei confronti dell’umanità, tanto di carattere individuale, la società in cui si costruisce o è costruito il socialismo, come di carattere mondiale in relazione a tutti i popoli che stiano subendo l’oppressione imperialista. Le verità del socialismo, più le crude verità dell’imperialismo, sono andate forgiando il nostro popolo, mostrandogli il cammino che dopo abbiamo intrapreso coscientemente. Non vi è altra definizione del socialismo, valida per noi, che l’abolizione dello sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo. Fintanto che ciò non avvenga, si sta nel periodo di costruzione della società socialista e, se invece di verificarsi un tale fenomeno, il compito della soppressione dello sfruttamento ristagna o addirittura si fanno dei passi indietro, non è giusto nemmeno parlare della costruzione del socialismo. Il socialismo si basa sulla fabbrica, il socialismo poggia su di una società sviluppata tecnicamente; non può esistere in condizioni feudali, in condizioni pastorali; si sviluppa sulla tecnica. E noi dobbiamo procedere lungo queste due vie dell’aumento della produzione e dell’approfondimento della coscienza. E vogliate perdonarmi se insisto una volta di più su queste cose, ma il fatto è che bisogna fissarsele bene nella mente per poter giungere ad acquisire la nuova categoria di paese socialista in cui si cancelli ormai totalmente lo sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo, in cui tutti i mezzi di produzione siano in potere dello Stato e dove si dia inizio al gran balzo, l’ultimo e definitivo balzo avvistato finora dall’umanità, che è quello della società comunista, società senza classi. già dobbiamo pensare – anche se è come un futuro lontano – al comunismo, che è la società perfetta, che è l’aspirazione basilare dei primi uomini che seppero vedere più in là del tempo presente e predire il destino dell’umanità. Nella società socialista o nella costruzione del socialismo il lavoratore lavora perché questo è il suo dovere sociale, perché deve compiere il suo dovere sociale. Questo dovere sociale consiste nel fare uno sforzo medio, conformemente alla sua qualifica e pertanto ricevere un salario individualizzato, conformemente a quella qualifica, in questa fase di costruzione, in questo periodo di transizione e, allo stesso tempo, tutti i benefici che la società gli concede.

 

VIDEO. Che Guevara: el hombre y el socialismo en Cuba (Carta, 1965)

Marxismo
Le leggi del marxismo sono presenti negli accadimenti della Rivoluzione cubana, indipendentemente dal fatto che i suoi capi professino o conoscano a fondo, da un punto di vista teorico, quelle leggi. Il marxista deve essere il migliore, il più integro, il più completo degli esseri umani, ma, sempre e soprattutto, un essere umano; un militante di un partito che vive e vibra a contatto con le masse; un orientatore che plasma in direttive concrete i desideri talora oscuri della massa; un lavoratore infaticabile che tutto consegna al suo popolo; un lavoratore che si sacrifica dedicando le sue ore di riposo, la sua tranquillità personale, la sua famiglia o la sua vita alla Rivoluzione, ma che non è mai insensibile al calore del contatto umano. La nostra posizione quando ci chiedono se siamo marxisti o no è la stessa che assumerebbe un fisico al quale si chiedesse se fosse newtoniano” o un biologo al quale venisse chiesto se fosse “pasteuriano”. Vi sono verità così evidenti, così legate alla conoscenza dei popoli che è del tutto inutile discuterle. Si deve essere “marxisti” con la stessa naturalezza con cui si è “newtoniani” in fisica o “pasteuriano” in biologia…

Partito
Chi apre la via è il gruppo d’avanguardia, i migliori fra i buoni, il Partito. Il nostro nuovo Partito sarà un Partito eletto dalle masse, un Partito estratto dal meglio della classe operaia. E i compagni che siano stati eletti come operai esemplari devono unire al loro spirito di lavoro tutta una serie di condizioni che ne facciano esempio di comunisti, esempio di costruttori della nuova società. Essere partito d’avanguardia significa stare alla testa della classe operaia nella lotta per la presa del potere, saperla guidare alla sua conquista e perfino condurla per le scorciatoie. Questa è la missione dei nostri partiti rivoluzionari e l’analisi deve essere profonda ed esaustiva perché non vi siano errori. L’enorme forza che deve esigere il Partito dirigente, se conseguente con tutta una linea di cambiamenti nella struttura, nell’organizzazione, nello schema generale di concezione del Partito, questo si mette fermamente alla testa dello Stato proletario e ne guida gli atti, con il suo esempio, con il suo sacrificio, con la profondità del suo pensiero e l’audacia dei suoi atti, in ogni momento della nostra Rivoluzione. Il Partito è un’organizzazione d’avanguardia. I migliori lavoratori vengono proposti dai loro compagni per farne parte. Questo è minoritario ma di grande autorità per la qualità dei suoi quadri. Nostra aspirazione è che il Partito sia di massa, ma solo quando le masse abbiano raggiunto il livello di sviluppo d’avanguardia, vale a dire, quando siano educate per il comunismo. Il Partito è l’esempio vivo; i suoi quadri devono dare lezioni di laboriosità e sacrificio, devono, con la loro azione, portare le masse al raggiungimento del fine del compito rivoluzionario, la qual cosa comporta anni di dura lotta contro le difficoltà della costruzione, i nemici di classe, i guasti del passato, l’imperialismo. Il Partito del futuro sarà intimamente unito alle masse e da queste assorbirà le grandi idee che poi prenderanno forma in direttive concrete; un partito che applicherà rigorosamente la sua disciplina, d’accordo con il centralismo democratico e dove, allo stesso tempo, esistano, in permanenza, la discussione, la critica e l’autocritica aperte, per migliorare di continuo il lavoro.

Gioventù
L’argilla fondamentale della nostra opera è la gioventù: in essa poggiamo la nostra speranza e la prepariamo a prendere dalle nostre mani la bandiera. La consegna del momento per tutta la nostra gioventù è di non arrestarsi un attimo nell’impegno culturale, andare sempre avanti, imparare sempre qualcosa di nuovo ed essere sempre disposta a dare questo nuovo che si è appreso a beneficio di tutti. Questo è uno dei compiti della gioventù, dare impulso, dirigere con l’esempio della produzione dell’uomo di domani e in quella produzione e nella direzione è compresa la produzione propria, perché nessuno è perfetto né molto meno di ciò, e tutti devono andar migliorando le proprie qualità mediante il lavoro, i rapporti umani, lo studio profondo, le discussioni critiche: tutto questo è ciò che va trasformando la gente. Il dovere di un giovane rivoluzionario in questa fase di costruzione del socialismo è quello di superarsi tutti i giorni; non far passare un solo giorno senza superare un poco le sue nozioni, senza che nella coscienza di ciascuno si aggiunga qualcosa, senza giungere alla fine della giornata con la soddisfazione di registrare i progressi che giorno dopo giorno si vanno facendo. Quelli che si trovano ancora nel periodo dell’adolescenza o che sono usciti da pochissimi anni dall’adolescenza, devono pensare che adesso bisogna maturare, perché per essere operai d’avanguardia, per essere degli attivisti, per essere dei rivoluzionari, quale che sia l’età che si abbia, si deve essere maturi. Non confondere quello che la gioventù di tutto il mondo, e soprattutto la gioventù cubana per le caratteristiche del suo popolo, ha di allegro, di fresco, di spontaneo, con la superficialità. Sono due cose assolutamente distinte. Si può e si deve essere spontanei e allegri, ma si deve allo stesso tempo essere profondi. Qui allora si pone uno dei problemi più difficili da risolvere, quando lo si imposta come discussione teorica. Perché è semplicemente così che deve essere la gioventù comunista. L’Unione dei Giovani Comunisti deve definirsi con una sola parola: avanguardia; voi, compagni, dovete essere l’avanguardia di tutti i movimenti, i primi ad essere pronti per i sacrifici che la Rivoluzione richieda, quale che sia la natura di questi sacrifici; i primi nel lavoro, i primi nello studio, i primi nella difesa del paese. L’essere un giovane comunista, l’appartenere all’Unione dei Giovani Comunisti non è una grazia che qualcuno vi fa, né una grazia che voi fate allo Stato o alla Rivoluzione; l’appartenere all’Unione dei Giovani Comunisti deve essere il più alto onore di un giovane della società nuova, deve essere l’onore per il quale lottare in ogni istante della vostra esistenza e inoltre l’onore di mantenersi e mantenere alto il nome individuale dentro il gran nome dell’Unione dei Giovani Comunisti, deve essere ugualmente un impegno costante. Credo che la prima cosa che deve caratterizzare un Giovane Comunista sia l’onore che sente nell’essere un Giovane Comunista, quell’onore che lo porta a mostrare davanti a tutti la sua condizione di Giovane Comunista, che non riversa nella clandestinità, che non riduce a formule ma esprime in ogni momento, che gli esce dallo spirito, che ha interesse a dimostrare perché è il suo marchio d’orgoglio; insieme a ciò, un gran senso del dovere, un senso del dovere verso la nostra società che stiamo costruendo, verso i nostri simili come esseri umani e verso tutti gli uomini del mondo, questo deve caratterizzare il Giovane Comunista. Il Giovane Comunista deve imporsi di essere il primo in ogni cosa, lottare per essere il primo, infastidirsi quando in qualcosa si occupa un’altra posizione, e lottare per migliorare, per essere il primo, certo che non tutti possono essere i primi, ma fra i primi sì, nel gruppo d’avanguardia, ecco, essere un esempio vivo, essere lo specchio dove si specchiano i compagni che non appartengano alle gioventù comuniste. Il Giovane Comunista non può essere limitato dalle frontiere d’un territorio, il giovane comunista deve praticare l’internazionalismo e sentirlo come cosa propria e ricordarsi, ricordarci noi Giovani Comunisti e aspiranti comunisti qui a Cuba, che siamo un esempio reale e palpabile per tutta la nostra America e, più ancora che per la nostra America, per tutti gli altri paesi del mondo che ugualmente combattono in altri continenti per la loro libertà.

Rivoluzione
La Rivoluzione non è, come pretendono alcuni, standardizzatrice della volontà collettiva, dell’iniziativa collettiva, ma esattamente tutto il contrario, è liberatrice della capacità individuale dell’uomo. Chi in quei momenti si fermi a pensare ai primi giorni, diciamo, al 31 gennaio del 1959, vedrà che la distanza percorsa, in termini di avanzamento di coscienza, è veramente straordinaria, è qualcosa che in altri paesi si può misurare in decine di anni. E tuttavia, questo non può lasciarci soddisfatti. Questa è una Rivoluzione singolare che qualcuno ha creduto non sia conforme a una delle premesse di quanto di più ortodosso vi è nel movimento rivoluzionario, così enunciato da Lenin: “Senza teoria rivoluzionaria non esiste movimento rivoluzionario“. Le rivoluzioni popolari sono sempre generose, ma debbono compiere un dovere che è superiore a quello di qualsiasi generosità, ed è il dovere di reggere e progredire ed opporsi ai colpi della reazione; quando la reazione prepara le sue forze per attaccare e demolire la nuova società in formazione, bisogna rispondere con tutte le forze e colpire con tutte le forze. Di fronte a tutti i pericoli, di fronte a tutte le minacce, le aggressioni, i blocchi, i sabotaggi, tutti i frazionisti, tutti i poteri che cercano di frenarci, dobbiamo dimostrare, una volta di più, la capacità del popolo di costruire la propria storia. La volontà di fare è un dono dell’uomo. E anteriore al fatto stesso. Esiste nella coscienza prima di realizzarsi. Cioè, il concetto di rivoluzione socialista è anteriore al concetto di Stato socialista. Questa è una generazione di sacrificio; questa generazione nostra non godrà neanche lontanamente dei beni che avranno le generazioni seguenti. E dobbiamo essere lucidi, coscienti di ciò, coscienti del nostro ruolo, perché abbiamo avuto l’immensa gloria di essere l’avanguardia della Rivoluzione in America. La cosa difficile da capire per chi non vive l’esperienza della Rivoluzione è questa stretta unità dialettica esistente fra l’individuo e la massa, dove l’uno e l’altra si interrelazionano e dove a sua volta la massa, in quanto insieme di individui, si interrelaziona con i dirigenti. La Rivoluzione pulisce gli uomini, li migliora come l’agricoltore esperto corregge i difetti della pianta e ne accresce le buone qualità. E questa generazione, che ha reso possibile l’apparente miracolo della nascita della Rivoluzione socialista a pochi passi dall’imperialismo nordamericano, deve pagare la gloria del suo sacrificio. E deve sacrificarsi giorno dopo giorno per costruire col suo sforzo il domani. Quando le condizioni pacifiche di lotta si esauriscono, quando i poteri ancora una volta tradiscono il popolo, non soltanto si può inalberare la bandiera della rivoluzione, ma si deve inalberare la bandiera della rivoluzione. La Rivoluzione oggi esige che si apprenda, esige che si comprenda bene che molto più importante di una buona retribuzione è l’orgoglio di servire il prossimo; che molto più definitiva, molto più duratura di tutto l’oro che si può accumulare è la gratitudine di un popolo. La costruzione di un paese è il prodotto del lavoro di tutte le ore del giorno e della passione che si mette in quella costruzione; per questo bisogna sentire quello che si sta facendo. Non si può costruire in un lavoro di laboratorio, freddo, analitico; si costruisce con la forza del popolo, unendosi al popolo. Rivoluzione che non si approfondisca costantemente è rivoluzione che arretra. Non dobbiamo avvicinarci al popolo per dire: “Siamo qui. Veniamo a farti la carità della nostra presenza, a insegnarti con la nostra scienza, a dimostrarti i tuoi errori, la tua incultura, la tua mancanza di nozioni elementari“. Dobbiamo andare con ansia di ricerca e con umiltà di spirito a imparare da quella gran fonte di sapienza che è il popolo.

Popolo e governo
Pensando ad alta voce, compagni, direi che noi siamo viziati dal contatto con il popolo e che non possiamo smettere di averlo; ci sentiamo male quando ci troviamo in un posto qualsiasi in cui non possiamo dialogare con lui e non possiamo dargli la nostra piccola esperienza e ricevere l’enorme esperienza e l’enorme dose di sapienza che il popolo ci elargisce tutti i giorni. E noi abbiamo nella classe operaia la nostra grande forza, il nostro grande sostegno. Parlo della classe operaia, mi riferisco, dico, ai proletari, agli operai e ai contadini. In essi è il nostro sostegno. Mai pretendere di educare un popolo perché, per mezzo dell’educazione soltanto e con un governo dispotico che lo sovrasta, impari a conquistare quelli che sono i suoi diritti. Insegnategli, prima di tutto, a conquistare i suoi diritti e quel popolo, quando sarà rappresentato nel governo, apprenderà tutto quello che gli verrà insegnato e molto di più, sarà il maestro di tutti senza alcuna fatica. L’esempio, il buon esempio, così come il cattivo esempio, è assai contagioso e noi dobbiamo contagiare con i buoni esempi; lavorare sulla coscienza della gente, colpire la coscienza della gente, dimostrare ciò di cui siamo capaci, dimostrare di che cosa è capace una Rivoluzione quando è al potere, quando è sicura del suo obiettivo finale, quando ha fede nella giustizia dei suoi fini e nella linea che ha seguito; e quando è pronta, come era pronto l’intero nostro popolo prima di cedere di un passo in quello che era nostro legittimo diritto.

Dittatura del proletariato
La massa deve essere costantemente attenta a quello che accade nel suo centro di lavoro e rapportarlo alla vita totale della Nazione. Perché bisogna che vi sia pressione delle masse in una serie di cose, perché le masse devono avere interesse a sapere che cos’è un piano economico, che cos’è l’industrializzazione, che cosa deve fare ogni fabbrica, che cos’è il loro dovere, come può aumentare o diminuire quel dovere, quello che sono gli interessi della classe operaia all’interno della fabbrica. In questa nuova fase che stiamo vivendo, nella fase di costruzione del socialismo, in cui si cancellano tutte le discriminazioni e rimane solo come unica e determinante dittatura la dittatura della classe operaia come classe organizzata sopra tutte le altre classi che sono state sconfitte; e la preparazione in un lungo cammino che sarà denso di molte lotte, di molte pene ancora, della società perfetta che sarà la società senza classi, la società dove saranno scomparse tutte le differenze, in questo momento non si può ammettere altro tipo di dittatura che non sia la dittatura del proletariato come classe.

Para la viuda del "Che" Guevara, los juicios y fusilamientos en ...

La donna
Il proletariato non ha sesso: è l’insieme di tutti gli uomini e donne che, in tutti i luoghi di lavoro del paese, lottano conseguentemente per uno scopo comune. Così era il nostro paese: la donna non aveva alcun tipo di diritto egualitario; la si pagava meno per un uguale lavoro, la si discriminava così come nella maggior parte dei nostri paesi americani. Dentro l’Esercito Ribelle, fra quanti combatterono e si sacrificarono in quei giorni angosciosi, vivrà in eterno la memoria delle donne che, correndo quotidiani rischi, resero possibili le comunicazioni in tutta l’isola… Già le donne si stanno preparando per i molti compiti che possano adempiere. Le donne devono essere preparate meglio e si deve fare un lavoro tale da non svantaggiare le donne rispetto all’uomo, perché oggi, ad esempio, sarebbe criminale mandare le nostre donne al porto a caricare balle, ma entro un certo margine di tempo – e faremo in modo che questo tempo sia il più breve possibile – vi saranno macchine che caricheranno quelle balle automaticamente, senza dover ricorrere al lavoro fisico diretto e in questo caso la donna sarà in grado di svolgere a parità di condizioni con l’uomo quel tipo di lavoro.

Teoria rivoluzionaria
Col nostro esempio davanti, facciamo sì che il nostro esempio preceda le parole, facciamo sì che ognuno di noi sia una bandiera che i nostri compagni debbano seguire per la costruzione del comunismo. Siamo in pieno periodo di transizione, previa fase di costruzione per passare al socialismo e, quindi, di lì, alla costruzione del comunismo; ma noi ci poniamo sin d’ora come obiettivo la società comunista. Come si arriva al comunismo? Anche noi ne abbiamo parlato diverse volte: è un fenomeno sociale al quale si può arrivare solamente tramite lo sviluppo delle forze produttive, la soppressione degli sfruttatori, la grande quantità di prodotti messi al servizio del popolo e la coscienza che quella società è in gestazione. Non possiamo predire il futuro, ma non dobbiamo mai cedere alla tentazione zoppicante di essere i portabandiera di un popolo che aspira alla sua libertà ma rifugge dalla lotta che questa comporta e l’aspetta come un briciolo di vittoria. Un popolo senz’odio non può averla vinta su di un brutale nemico. Il miglior indottrinamento che possa esistere è mostrare, per mezzo dell’esempio, la strada del compimento del dovere. La forza è la risorsa definitiva che rimane ai popoli. Un popolo non può mai rinunciare alla forza, ma la forza deve venire usata solo per lottare contro chi la esercita in maniera indiscriminata. La “moderazione” è un’altra delle parole che piace usare agli agenti della colonia; sono moderati tutti coloro che hanno paura o tutti coloro che pensano di tradire in un modo o nell’altro […] Il popolo non è in nessun modo moderato. Fatto sta che non si tratta di una lotta fra un paese e un altro; si tratta di una lotta fra due ideologie e due modi di pensare diametralmente opposti. La lotta fra quanti vogliono vivere di sfruttamento, discriminando gli uomini a seconda del colore della loro pelle, della loro religione, del denaro che possano avere e coloro che cercano di far sì che tutti gli uomini siano uguali, che vi siano le stesse opportunità per tutti e, inoltre, che lottano perché tutti i popoli del mondo – ivi compreso anche il popolo nordamericano – siano liberi. Non il lavoro soltanto ci permetterà, mediante la concrezione dei prodotti, di costruire il socialismo e impiantare la società socialista; contemporaneamente al lavoro deve anche esistere l’approfondimento della coscienza, l’approfondimento dei motivi ideologici che portano il lavoratore a difendere la sua Rivoluzione, a lanciarla in avanti e a farne un esempio per tutti. Non possiamo ricorrere al metodo di occultare i nostri errori perché non si vedano. Non sarebbe né onesto né rivoluzionario. Anche dai nostri errori si può imparare; dai nostri errori potranno imparare tutti i nostri compagni d’America e di altri paesi d’Asia e d’Africa che lottano per la loro indipendenza. La classe operaia ha una missione fondamentale da compiere: dirigere la costruzione del socialismo, sviluppare al massimo le possibilità del nostro Stato ed estinguersi come classe nel momento in cui le classi vengano eliminate, le contraddizioni vengano eliminate ed entriamo nella società comunista. Comprendiamo perfettamente che vale milioni di volte di più la vita di un solo essere umano che tutte le proprietà dell’uomo più ricco della terra. Sarebbe opportuno dire che la teoria rivoluzionaria, come espressione di una verità sociale, è al di sopra di qualunque enunciato, e cioè che la Rivoluzione può farsi se si interpretano correttamente le forze che in essa intervengono, anche senza conoscerne la teoria. Che cosa significa lo sviluppo della coscienza? Significa qualcosa di più profondo del mero apprendimento di teorie sui libri; teoria e pratica, esercizio della teoria, devono sempre andare unite, non possono separarsi in alcun modo, talché lo sviluppo della coscienza deve essere strettamente legato allo studio, allo studio dei fenomeni sociali ed economici che governano quest’epoca e all’azione rivoluzionaria… Lo studio politico, lo studio sotto tutti gli aspetti, deve essere anche unito ai compiti del lavoro. Non si pretende che si faccia uno studio memorizzato di ogni testo né che si applichino, schematicamente, i concetti dei testi; si tratta d’insegnare a pensare e insegnare a pensare con la base del materialismo dialettico. Se ci venisse detto che siamo quasi dei romantici, che siamo degli inveterati idealisti, che stiamo pensando cose impossibili e che non si può ottenere dalla massa di un popolo quello che sarebbe quasi un archetipo umano, noi dovremmo rispondere una e mille volte che invece sì, che si può, che siamo nel vero, che tutto il popolo può avanzare, eliminare le meschinità umane come si sono eliminate a Cuba. Teoria e pratica, decisione e discussione, direzione e orientamento, analisi e sintesi, sono le contrapposizioni dialettiche che colui che amministra la Rivoluzione deve dominare. Contemporaneamente al lavoro deve anche esistere l’approfondimento della coscienza, l’approfondimento dei motivi ideologici che portano il lavoratore a difendere la sua Rivoluzione, a lanciarla in avanti e a farne un esempio per tutti. Non siamo depositari della verità, così come non lo siamo di tutta la sapienza del mondo, né molto meno e dobbiamo imparare tutti i giorni, e il giorno in cui smettessimo d’imparare, in cui credessimo di sapere ormai tutto o in cui avessimo perduto la nostra capacità di contatto o di scambio con il popolo e con i giovani, sarebbe il giorno in cui avremmo smesso di essere rivoluzionari. Viviamo in un mondo profondamente e antagonisticamente diviso in raggruppamenti di nazioni che rappresentano tendenze economiche, sociali e politiche molto dissimili. In questo mondo di contraddizioni è fondamentale della nostra epoca quella esistente fra i paesi socialisti e i paesi capitalisti sviluppati. L’unico modo di conoscere davvero i problemi è accostarsi a quanti vivono quei problemi e trarre da essi, da quello scambio, le conclusioni. Non dobbiamo guardare con fatalismo al futuro e dividere gli uomini in figli della classe operaia o contadina e controrivoluzionari, perché è semplicistico e non corrisponde a verità e perché non c’è niente che educhi di più un uomo onesto che vivere dentro una rivoluzione. È evidente che lo stimolo materiale esiste nella fase di costruzione del socialismo e, non lo neghiamo in alcun modo, esisterà anche nel socialismo. La differenza è che noi anteponiamo sempre la parte educativa, la parte di approfondimento della coscienza, il cosiddetto dovere come prima misura. Non si deve mai lasciare da parte lo studio cosciente della teoria e non si può lasciare da parte l’eventualità di dover impugnare in ogni momento il fucile e la necessità permanente di difendere la Rivoluzione con le armi ideologiche, in ogni minuto della vita. Essere apolitici significa stare alle spalle di tutti i movimenti del mondo, alle spalle di chi sarà presidente o mandatario della nazione di cui si tratti, è stare alle spalle della costruzione della società o della lotta perché la società nuova che si annuncia non sorga e in ognuno dei due casi si è politici. Un uomo nella società moderna è politico per natura. Bisognerebbe imitare Martí e tornare a ripetere una e più volte che radicale non è altro che questo, ciò che va alle radici; non si chiami radicale chi non vede le cose fino in fondo, né l’uomo che non si adoperi per la sicurezza e la felicità degli uomini. Gli eroi del popolo non possono venir separati dal popolo, non li si può tramutare in statue, in qualcosa che rimane fuori dalla vita di quel popolo per il quale la donarono. L’eroe popolare deve essere una cosa viva e presente in ogni momento della storia del popolo.

Karl Marx
Marx, nella sua geniale visione di tutto quello che sarebbe accaduto, parlava del lavoro nel comunismo come di un bisogno morale dell’uomo… Il merito di Marx è quello di provocare all’improvviso nella storia del pensiero sociale un mutamento qualitativo; interpreta la storia, ne comprende la dinamica, prevede il futuro ma, oltre a prevederlo, dove il suo impegno scientifico sarebbe terminato, esprime un concetto rivoluzionario: che, non solo bisogna interpretare la natura, è necessario trasformarla. La Rivoluzione cubana prende Marx dove questi avrebbe abbandonato la scienza per impugnare il fucile rivoluzionario e lo prende in quel punto, non per spirito revisionista, di lotta contro quello che segue Marx, di rivivere il Marx “puro”, ma semplicemente perché fin lì Marx, lo scienziato, situato fuori della storia, studiava e vaticinava. Dopo, il Marx rivoluzionario, dentro la storia, avrebbe combattuto. Noi, rivoluzionari pratici, semplicemente iniziando la nostra lotta, abbiamo messo in atto delle leggi previste dal Marx scienziato e per questa via di ribellione, nel combattere contro la vecchia struttura del potere, nel basarci sul popolo, ci stiamo semplicemente uniformando alle predizioni dello scienziato Marx.

José Martí
E anche quando dedichiamo tutte le ore possibili del giorno e della notte a lavorare per il nostro popolo, pensiamo a Martí e sentiamo che stiamo rendendo vivo il ricordo dell’Apostolo. Le parole di Martí oggi non sono da museo, sono incorporate alla nostra lotta e nel nostro emblema, sono la nostra bandiera di combattimento. Noi sappiamo pure, da Martí, che non era importante il numero delle armi, bensì il numero delle stelle sulla fronte. E non tutti, né molti – forse nessuno – possono essere Martí, però tutti possiamo prendere esempio da Martí e cercare di seguire la sua via nella misura dei nostri sforzi. Noi, militanti di un partito nuovo, in una nuova regione liberata del mondo e in nuove situazioni, dobbiamo mantenere sempre alta la stessa bandiera di dignità umana innalzata dal nostro Martí, guida di molte generazioni, presente oggi con la sua freschezza di sempre nella realtà di Cuba. José Martí, avvocato, giornalista, poeta, scrittore. Fondatore del Partito Rivoluzionario Cubano e Apostolo dell’indipendenza di Cuba. Morto in combattimento nel 1895.

Antonio Maceo
Oggi che ci troviamo impegnati nella costruzione del socialismo a Cuba, che diamo inizio a una nuova fase della storia d’America, il ricordo di Antonio Maceo acquista luce propria, comincia ad essere più intimamente legato al popolo, e tutta la storia della sua vita, delle sue lotte meravigliose e della sua morte eroica acquista il senso completo, il senso del sacrificio per la definitiva liberazione del popolo. Maceo non era solo in quella lotta. Fu uno dei tre grandi pilastri su cui poggiò tutto lo sforzo di liberazione del nostro popolo. Con Máximo Gómez e con Martí, insieme furono le forze più importanti, le espressioni più alte della Rivoluzione di quell’epoca. Antonio Maceo, Luogotenente Generale dell’Esercito Mambí. Per le sue imprese guerriere è noto come EI Titán de Bronce delle lotte indipendentiste. Morì in combattimento nel 1896.

Antonio Guiteras
Antonio Guiteras risuscitò in una delle epoche più oscure di Cuba tutti gli ideali della generazione precedente che era stata frustrata dopo il 1898. Antonio Guiteras, figlio di una nordamericana, amoroso figlio della sua terra, rinnovò in sé lo spirito di quei Mambí che in piccoli gruppi sapevano metter mano al machete contro le formazioni dell’esercito imperiale spagnolo. Antonio Guiteras rappresentò pertanto l’idea internazionale della nostra lotta antimperialista e americana, che riunisce in Cuba, sempre generosa, tutti gli uomini del mondo disposti a lottare su qualunque terreno per un ideale che non ha frontiere e che non può rinchiudersi negli stretti limiti della patria, per importante e profonda che sia questa parola. Guiteras puntò la sua lotta antimperialista in quell’epoca contro le espressioni più chiare, più odiate, dello sfruttamento… Antonio Guiteras, illustre combattente antimperialista contro la dittatura di Machado e figura dominante del Governo dei Cento Giorni. Assassinato, insieme al rivoluzionario venezuelano Carlos Aponte, dalle forze della dittatura di Batista nel 1935.

Frank País
Frank País era uno di quegli uomini che si impongono al primo incontro; il suo aspetto era più o meno uguale a quello che mostrano le sue foto attuali, ma aveva degli occhi di una profondità straordinaria. Difficile oggi alludere a un compagno morto, incontrato una sola volta e la cui storia è nelle mani del popolo. Potrei soltanto asserire in questo momento che i suoi occhi rivelavano subito l’uomo tutto preso da una causa, e inoltre con una gran fede in essa, che quell’uomo era un essere superiore. Oggi viene indicato come “l’indimenticabile Frank País”. Frank era un altro dei tanti compagni la cui vita stroncata nel suo fiore oggi sarebbe stata dedicata all’impegno comune della Rivoluzione socialista; è parte del duro prezzo pagato dal popolo per ottenere la sua libertà. [Frank] c’impartì una silenziosa lezione d’ordine e disciplina, ripulendo i nostri fucili sporchi, contando i proiettili e ordinandoli affinché non si disperdessero. Da quel giorno mi sono ripromesso di curare di più la mia arma (e l’ho fatto, anche se non posso affermare di essere stato un modello di meticolosità). Frank País, illustre dirigente studentesco e capo d’Azione del Movimento 26 luglio, dopo lo sbarco dal Granma. Assassinato dalle forze della dittatura di Batista nel 1957.

Camilo Cienfuegos
Al calar della sera, con tutta naturalezza ognuno si apprestava a mangiare la piccolissima razione che aveva e Camilo – vedendo che io non avevo niente da mangiare, poiché la coperta non era un buon alimento – divise con me l’unica lattina di latte che aveva; e da quel momento io credo che nacque o si fece più profonda la nostra amicizia. Quello che sempre attrasse maggiormente noi che ricordiamo Camilo come una cosa, un essere vivo e attrasse anche tutto il popolo di Cuba fu il suo modo di essere, il suo carattere, la sua allegria, la sua franchezza, la sua disposizione in ogni momento a dare la vita, a correre i maggiori pericoli con la massima naturalezza, con una assoluta semplicità, senza la minima ostentazione di coraggio, di saggezza; sempre essendo compagno di tutti nonostante che già, al concludersi della guerra, fosse indiscutibilmente il più brillante di tutti i guerriglieri. Fino a quel momento non eravamo particolarmente amici: i nostri caratteri erano diversi. Dal primo momento partimmo insieme. Dal Granma, dalla sconfitta di Alegría de Pío eravamo insieme, però avevamo caratteri diversi. E fu solo alcuni mesi più tardi che diventammo intimi in un modo straordinario. Anche quando dopo compì una serie di imprese che hanno consegnato il suo nome alla leggenda, sento l’orgoglio di averlo scoperto come guerrigliero. E cominciò a tessere la trama della sua leggenda di oggi nella colonna che mi aveva assegnato Fidel, comandando il Plotone d’Avanguardia. Camilo Cienfuegos, leggendario comandante della lotta armata nel la sierra Maestra. Capo della Colonna 2 “Antonio Maceo”. Designato capo del I Esercito Ribelle III trionfo rivoluzionario, muore in un incidente aereo nel 1959.

Pedro Albizu Campos
Albizu Campos è un simbolo per l’America irredenta ma indomita. Anni e anni di galera, pressioni quasi insopportabili in carcere, torture mentali, la solitudine, l’isolamento totale dal suo popolo e dalla sua famiglia, l’insolenza del conquistatore e dei suoi lacchè nella terra che lo aveva visto nascere, niente riuscì a piegare la sua volontà. Pedro Albizu Campos, illustre patriota portoricano, fondatore del Partito Pro Indipendenza di Puerto Rico, morto nel 1965 dopo aver subito torture e lunghi anni di prigione da parte delle autorità degli Stati Uniti

Eliseo Reyes
Abbiamo perduto l’uomo migliore della guerriglia e, ovviamente, uno dei suoi pilastri, compagno mio sin da quando, essendo quasi un bambino, fu messaggero della Colonna 4, fino all’invasione e a questa nuova avventura rivoluzionaria. Della sua morte oscura occorre solo dire, per un ipotetico futuro che potesse cristallizzare: “Il tuo piccolo cadavere di valoroso capitano ha dilatato nell’immensità la sua metallica forma“. Eliseo Reyes, uno dei più giovani capitani della Sierra Maestra, membro del distaccamento guerrigliero internazionalista comandato dal Che. Morto in combattimento in Bolivia nel 1967.

Ernesto Che Guevara
Sono nato in Argentina, non è un segreto per nessuno. Sono cubano e sono anche argentino e, se non si offendono le signorie illustrissime dell’America Latina, mi sento tanto patriota dell’America Latina, di qualunque paese dell’America Latina, come nessuno, e quando fosse necessario sarei pronto a dare la vita per la liberazione di un qualunque paese latinoamericano, senza chiedere nulla a nessuno, senza pretendere nulla, senza sfruttare nessuno. Non credo che siamo stretti parenti, ma se Lei è capace di tremare d’indignazione ogni qualvolta si commette un’ingiustizia nel mondo, siamo compagni, il che è più importante. Ora, una volontà che ho modellato con diletto d’artista sosterrà un paio di gambe molli e due polmoni affaticati. Lo farò. Non sarei più un uomo se non mi piacessero le donne. Ora, non sarei un rivoluzionario se smettessi di compiere uno solo dei miei doveri come rivoluzionario e dei miei doveri coniugali, perché le donne mi piacevano. Dopo di che, io lavoro qualcosa come 16, 18 ore al giorno. Dormo 6 ore, quando posso, e sennò dormo di meno. Non bevo, però fumo. Non vado a divertimenti di sorta e sono uno che è convinto di avere una missione da compiere al mondo e, in ossequio a quella missione, di dover sacrificare la famiglia, tutti i piaceri della vita quotidiana di qualunque genere, la mia sicurezza personale e forse la mia stessa vita. Ma è un impegno che ho assunto con il popolo e penso, sinceramente, di non potermi sciogliere da esso fino alla fine della mia vita. Io sono nato in Argentina […] mi consenta di essere un poco presuntuoso nel dirle che Martí era nato a Cuba e Martí è americano, Fidel è nato a Cuba e Fidel è americano: io sono nato in Argentina, non rinnego assolutamente la mia patria, ho in me il sostrato culturale argentino, mi sento anche cubano come nessuno e sono capace di sentire in me la fame e la sofferenza di qualunque popolo d’America, fondamentalmente, ma anche di qualunque popolo del mondo. In qualsiasi luogo ci sorprenda la morte, che sia la benvenuta, sempre che il nostro grido di guerra sia arrivato a un orecchio ricettivo e un’altra mano si tenda per impugnare le nostre armi e altri uomini si apprestino a intonare i canti funebri con l’accompagnamento delle mitragliatrici e nuovi gridi di guerra e di vittoria.

Cuba
Cuba non costituisce un’ossessione per i governanti nordamericani solo in ragione delle loro aberranti mentalità coloniali. C’è qualcosa di più; il nostro paese rappresenta, in primo luogo, la chiara immagine del fallimento della politica nordamericana d’aggressione alle porte stesse del continente, inoltre è l’immagine dei futuri paesi socialisti dell’America Latina e al tempo stesso sintomo inequivocabile della riduzione inesorabile del campo d’azione del suo capitale finanziario. Dobbiamo lavorare tutti i giorni pensando alla nostra America e rafforzare sempre di più le basi del nostro Stato, la sua organizzazione economica e il suo sviluppo politico, per poter inoltre, mentre ci superiamo all’interno, convincere sempre più i popoli d’America della possibilità pratica di iniziare il cammino dello sviluppo socialista, nella fase attuale di correlazione delle forze internazionali. Noi abbiamo il dovere di dimostrare ai popoli d’America quello che si può fare con un regime sociale giusto, che distribuisca le ricchezze, che destini le ricchezze all’elevazione tecnica, culturale, sociale di tutti gli abitanti, che pianifichi la sua economia e che con intelligenza risolva i problemi economici per procedere in avanti. Cuba non esporta rivoluzioni, le rivoluzioni non si possono esportare. Le rivoluzioni nascono nel momento in cui all’interno di un paese esiste tutta una serie di insormontabili contraddizioni. Quando un popolo acquista coscienza della propria forza, prende la decisione di lottare, la decisione dì andare avanti, allora sì che è forte e allora sì che può affrontare qualsiasi nemico. Ricordiamoci sempre che la presenza di Cuba, viva e combattente, è un esempio che dà speranze e che emoziona gli uomini del mondo intero che lottano per la loro liberazione e, in particolare, i compatrioti del nostro continente che parlano la nostra lingua, che hanno la nostra stessa cultura, le nostre abitudini, i nostri costumi e che di giorno in giorno in sempre maggior numero cominciano a lottare per la loro definitiva liberazione. Cuba è l’avanguardia d’America e deve fare sacrifici perché è agli avamposti, perché indica alle masse latinoamericane la via della piena libertà. Bisogna pagare qualunque prezzo per il diritto di mantenere alta la nostra bandiera e il diritto di costruire il socialismo secondo il volere del nostro popolo. Per una semplice legge di gravitazione, la piccola isola di centoquattordicimila chilometri quadrati e sei milioni e mezzo di abitanti assume la direzione della lotta anticoloniale in America in cui vi sono seri tentennamenti che le permettono di portarsi sull’eroica, gloriosa e pericolosa posizione avanzata. I nostri amici del continente ribelle possono esser certi che, se sarà necessario, lotteremo fino all’ultima conseguenza economica delle nostre azioni e, se la lotta si sposterà più lontano, lotteremo fino all’ultima goccia del nostro sangue ribelle per fare di questa terra una repubblica sovrana, con i veri attributi di una nazione felice, democratica e fraterna. Anche se la nostra convinzione è solida al punto da non dar adito ad argomenti che possano farla cambiare siamo disposti al dialogo costruttivo nel contesto della coesistenza pacifica fra paesi dai diversi sistemi politici, economici e sociali. Non possono esservi transazioni, non possono esservi mezzi termini, non può esservi pace che garantisca a metà la stabilità di un paese. La vittoria deve essere totale. Noi vogliamo costruire il socialismo; ci siamo dichiarati partigiani di quanti lottano per la pace; ci siamo dichiarati dentro il gruppo dei paesi non allineati, anche se siamo marxisti-leninisti, perché i non allineati, proprio come noi, lottano contro l’imperialismo. Vogliamo pace, vogliamo costruire una vita migliore per il nostro popolo e per questo evitiamo al massimo di cadere nelle provocazioni architettate dagli Yankee, conoscendo la mentalità dei loro governanti; vogliono farci pagare a caro prezzo quella pace. Noi rispondiamo che quel prezzo non può superare i confini della dignità. La nostra generazione avrà un posto nella storia di Cuba e un posto nella storia d’America. Non possiamo scartare la speranza che tutti i compagni rivoluzionari, che tutti i popoli oppressi d’America e forse del mondo abbiano un posto nella Rivoluzione cubana. […] Quando l’imperialismo volle reagire, quando si rese conto che il gruppo di giovani inesperti che passeggiavano trionfanti per le strade dell’Avana aveva un’ampia coscienza del suo dovere politico e una ferrea decisione a compiere quel dovere, era ormai tardi.

Ultima lettera di Che Guevara a Fidel

Porto Rico
I nordamericani hanno preteso per anni di fare di Porto Rico uno specchio di cultura ibrida; lingua spagnola con inflessioni d’inglese, lingua spagnola con cerniere sulla schiena per chinarla davanti al soldato statunitense. Malgrado questa tremenda violazione della sua volontà e del suo destino storico, il popolo portoricano ha conservato la sua cultura, il suo carattere latino, i suoi sentimenti nazionali che mostrano di per sé l’implacabile vocazione all’indipendenza presente nelle masse dell’isola latinoamericana.

Vietnam
Non sappiamo quando potremo salutare la liberazione definitiva del Vietnam del Sud. Non possiamo mai dire quando avverrà la liberazione di ciascuno dei popoli che oggi lottano, armi alla mano, per la loro libertà. Ma sappiamo che il risultato della lotta sarà immancabilmente la libertà dei popoli. Il marxismo è stato applicato conformemente alla concreta situazione storica del Vietnam ed è per ciò che, guidati da un partito d’avanguardia fedele al suo popolo e conseguente nella sua dottrina, ottennero sugli imperialisti una così clamorosa vittoria. Quando noi ci riuniamo per salutare il popolo vietnamita stiamo salutando un vero fratello, stiamo stringendo nelle nostre braccia dei fratelli che in una lontana regione del mondo stanno lottando per la nostra sicurezza e stanno lottando per tutte le aspirazioni comuni che uniscono tutti i popoli dei tre continenti attualmente oppressi, d’Asia, d’Africa e della nostra America. Noi sappiamo che quale che sia il risultato, quale che sia il metodo di lotta adottato dall’imperialismo nordamericano, il risultato finale sarà la vittoria del Vietnam e la riunificazione di tutto il paese.

History In Pictures ‏@Mary Fitzgerald Georgia In Pics Che Guevara in a Conga Line in a kindergarten in Shanghai, 1960 Immagini Storiche, Shanghai, Gente Che Balla, Vecchie Pubblicità, Socialismo, Regalo, Congas, Foto Rare, Storia Dell'uomo

America Latina
Via via che i paesi d’America e di altre regioni del mondo vanno rendendosi indipendenti dalle pastoie delle catene monopolistiche e impiantando nuovi sistemi più giusti e più giusti rapporti con tutti i paesi del mondo, i pesanti contributi che le nostre terre apportano al tenore di vita delle potenze imperialiste ricadranno su loro stesse e, fra tutti, sono gli Stati Uniti quelli che dovranno subire con maggior gravità questo fenomeno non appena si verificherà. Abbiamo imparato ormai che quando c’è un uomo ferito o perseguitato in Cile, in Argentina, in qualunque parte dell’America, si sta colpendo la nostra dignità, la dignità di tutta l’America. L’America parla spagnolo, l’America ci comprende, ci ammira e vede in noi l’immagine di quello che può essere il futuro per tutti i popoli e si prepara per quella vittoria. Ciò che vogliamo, semplicemente, è che ormai non si può più essere dei solitari in America, senza essere quanto meno traditori dell’America; che non si ripeta più in America che noi siamo tenuti a un’alleanza continentale con il nostro grande schiavista, perché questa è la menzogna più vile e più denigrante che un governante d’America possa proferire. Nulla si sapeva dell’America se non forse che era un gigantesco settore del mondo abitato da indigeni dalla pelle scura con coprivergogne e lance e dove un bel giorno un certo Cristoforo Colombo era approdato più o meno nella stessa epoca in cui un altro, Vasco de Gama, doppiava il Capo di Buona Speranza e tracciava una terribile parentesi di secoli nella vita culturale, economica e politica di quei popoli. Le condizioni oggettive per la lotta sono date dalla fame del popolo, la reazione davanti a quella fame, il timore scatenato per respingere la reazione popolare e l’ondata di odio che la repressione suscita. Sono mancate in America le condizioni soggettive fra le quali la più importante è la coscienza della possibilità di vittoria per vie violente davanti ai poteri imperiali e ai loro alleati interni. È per questo che in America si mettono a discutere su chi sia più o meno grande e a chi appartengano San Martín o Bolívar, senza tenere in conto che tanto l’uno che l’altro sono uomini d’America. San Martín, che morì esattamente centoundici anni fa oggi, era un uomo d’America; come Bolívar non possiamo dire che sia appartenuto a un paese, così come non ci appartiene Martí. Sono prodotti della nostra civiltà, del nostro sostrato culturale, prodotto di tutto quello che è andato maturando negli anni, di ciò che si è aggiunto all’indigeno primitivo, con il nero che vi fu portato, con lo spagnolo che vi giunse a colonizzare le razze di altri paesi del mondo, per le nostre specifiche condizioni sociali che hanno dato vita a quest’uomo americano che parla praticamente lo stesso linguaggio e che in ogni modo s’intende sempre in qualunque luogo si esprima. Dobbiamo essere sempre più affratellati nella lotta perché questa è una lotta comune: lotta che per esempio ora si esprime nella solidarietà di tutti i popoli con Cuba, perché si sta rapidamente imparando che esiste un solo nemico che è l’imperialismo e che questo in America ha un nome: è l’imperialismo nordamericano. Fare la Rivoluzione è una necessità imperiosa della maggior parte dei nostri continenti, di quasi tutta l’America, di tutta l’Africa e di tutta l’Asia, dove lo sfruttamento ha raggiunto gradi inconcepibili. Se tutti i popoli latinoamericani levassero in alto la bandiera della dignità, come ha fatto Cuba, il monopolio vacillerebbe, dovrebbe adattarsi a una nuova situazione politico-economica e a sostanziali potature dei suoi guadagni. Siamo qui. La parola ci viene umida dei boschi cubani. Siamo saliti sulla Sierra Maestra e abbiamo conosciuto l’aurora e abbiamo la mente e le mani piene del seme dell’aurora e siamo pronti a seminarlo in questa terra e difenderlo perché dia frutti.

Sottosviluppo
Che cos’è il sottosviluppo? Un nano dalla testa enorme e il torace gonfio è “sottosviluppato” in quanto le sue deboli gambe o le sue corte braccia non si armonizzano con il resto della sua anatomia; è il prodotto di un fenomeno teratologico che ha distorto il suo sviluppo. Questo è ciò che in realtà siamo noi, blandamente detti “sottosviluppati”, a dire il vero paesi coloniali, semicoloniali o dipendenti. Siamo paesi dall’economia distorta dall’azione imperiale che ha sviluppato in modo anormale i rami industriali o agricoli necessari a complementare la sua complessa economia.

Imperialismo
Essi arrivano lì, dove sta la massa indifferenziata e cercano di dividerla: in neri e bianchi, in più capaci e meno capaci, in alfabeti e analfabeti, e poi, suddividendoli, fino ad ottenere l’individuo e fare dell’individuo il centro della società. Per conquistare qualcosa dobbiamo toglierlo a qualcuno ed è bene parlar chiaro e non nascondersi dietro concetti che possono essere male interpretati. Questo qualcosa che dobbiamo conquistare, che è la sovranità del paese, bisogna toglierlo a quel qualcuno che si chiama monopolio […] Il capitale privato straniero non si muove per generosità, non si muove per un nobile atto di carità, non si muove né si mobilita per il desiderio di arrivare ai popoli. Il capitale privato straniero si mobilita per il desiderio di aiutare se stesso. I nostri occhi liberi si aprono oggi a nuovi orizzonti e sono in grado di vedere quello che ieri la nostra condizione di schiavi coloniali ci impediva di osservare: che la “civiltà occidentale” nasconde sotto la sua vistosa facciata uno scenario di iene e sciacalli. Ogni popolo che inizia la sua lotta, comincia anche a scavare la tomba dell’imperialismo e si merita tutto il nostro appoggio e tutto il nostro plauso. Perché ora si apprende, come sempre si apprende in rivoluzione, che non può esservi disunione, che non possiamo combattere contro i grandi nemici separati gli uni dagli altri, che c’è solo un nemico comune in questo momento, che è quello che raggruppa tutte le inimicizie che possano cadere sul nostro popolo, è quello che significa pigrizia, è quello che significa oppressione politica, è quello che significa oppressione economica, è quello che significa distorsione del nostro sviluppo, è quello che significa incultura: tutto questo lo significa l’imperialismo. L’imperialismo è stato sconfitto in molte battaglie parziali. Ma è una forza notevole nel mondo e non si può aspirare alla sua sconfitta definitiva se non con lo sforzo e il sacrificio di tutti. Non importa come si chiami il signore che ogni quattro anni il popolo statunitense pensa di eleggere per dirigere i suoi destini, perché in realtà tale elezione è viziata alla base; il popolo statunitense ha solo la facoltà di eleggere il suo carceriere per quattro anni e a volte gli concedono la grazia di rieleggerlo. Finché esisterà l’imperialismo, questo per definizione eserciterà il suo dominio su altri paesi, dominio che oggi si chiama neocolonialismo.

Il lavoro
Il lavoro in certi casi è un premio, uno strumento di educazione in altri, mai un castigo. Una nuova generazione nasce. La storia del capitalismo è la storia della pirateria organizzata da pochi che si appropriano del lavoro di molti. Ogni paese che inizia la costruzione del socialismo deve lottare per le basi materiali per conseguirlo e per questo ha bisogno di creare le eccedenze economiche che sono date per la produttività del lavoro. la costruzione del socialismo significa l’investimento di abbondanti sforzi della nazione, di abbondanti capitali della nazione. E quei capitali si creano solo mediante il lavoro umano. Non è possibile essere un buon rivoluzionario nella costruzione del socialismo in questa fase ed essere cattivo nel mestiere che si fa. L’operaio deve ricordare che essere presente al suo posto di lavoro è essere presente nella sua trincea, in una lotta che è all’ultimo sangue, una lotta che non ammette tentennamenti e una lotta in cui la sconfitta significa la sconfitta di tutti senza eccezione alcuna. In questo momento, la società intera deve agire in modo coercitivo e agire sul salario di quanti non vogliono restituire alla società ciò che questa gli rende sotto forma di prestazioni sociali, agendo lì per dare di meno a chi non sa compiere il proprio dovere. Il lavoro esercitato giorno per giorno con entusiasmo creatore sviluppa in noi tutti la coscienza del socialismo; più produzione più coscienza, questa è la sintesi su cui si può formare la società nuova. La vittoria del socialismo non può raggiungersi tramite uno solo dei due aspetti, tramite la lotta armata da un lato o il lavoro dall’altro. La difesa armata e il lavoro sono due parti indivisibili della costruzione del socialismo, meta che non si raggiunge è cibo o vestito o medicamento che non si dà al popolo. Chi fa la storia, chi la fa giorno dopo giorno mediante il lavoro e la lotta quotidiana, chi la firma e la tramuta in realtà nei grandi momenti è la classe lavoratrice, sono gli operai, sono i contadini, siete voi i creatori di questa Rivoluzione. La nostra Rivoluzione ha dovuto affrontare grandi problemi, ha dovuto difendersi da dozzine di aggressioni da parte dei nostri nemici e direttamente dall’imperialismo yankee; molti sono ancora i mali contro cui dobbiamo lottare per meritare un futuro migliore e dobbiamo essere coscienti che quel futuro, quella società nuova, senza classi, che vive nell’abbondanza, possiamo conquistarli soltanto con sudore, lavoro e sacrificio. La cura del macchinario è poi un altro compito fondamentale del lavoratore in quanto individuo; tenerlo sempre nelle migliori condizioni e fare attenzione al modo di lavorarci perché non si deteriori più dei necessario. Che cosa vuol dire a ciascuno secondo il suo lavoro? Non vuol dire soltanto che bisognerà calcolare i risultati del suo sforzo nella produzione, ma anche i risultati della sua qualità come produttore. Per questo, nella fase di costruzione del socialismo, si paga più un ingegnere di un operaio. La sua specialità di creare beni materiali – non direttamente ma mediante l’organizzazione della produzione – è molto maggiore e per questo la società gli riconosce un compenso più alto. Noi, nella nostra qualità di rappresentanti della classe operaia nel potere, dobbiamo esigere che tutti compiano il loro dovere. E dobbiamo legiferare perché quel dovere sia ripartito equamente fra tutti i lavoratori e perché nello sviluppo della società attuale a ciascuno sia corrisposto secondo il suo lavoro. Noi dobbiamo fare in modo che la differenza tra il lavoro intellettuale e il lavoro manuale vada attenuandosi, rimpicciolendosi nel più breve tempo possibile. Nella società socialista o nella costruzione del socialismo il lavoratore lavora perché questo è il suo dovere sociale, perché deve compiere il suo dovere sociale. Questo dovere sociale consiste nel rendere uno sforzo medio, conforme alla sua qualificazione e ricevere pertanto un compenso individualizzato conforme a quella qualificazione, in questa fase di costruzione, in questo periodo di transizione e, allo stesso tempo, tutti i benefici che la società concede. Noi dobbiamo lavorare perché tutti i nostri operai faccino in ogni momento del loro lavoro tutto quello che si possa loro chiedere e un pochino di più perché nei momenti difficili la classe operaia dimostri la sua capacità e sia il puntello della nostra Rivoluzione. Compagni: il lavoro, punto centrale dell’attività umana, della costruzione del socialismo, il lavoro cui oggi si rende indirettamente omaggio, è determinato anche – nella sua efficacia – dall’atteggiamento che si ha verso di esso. Quando in ogni cubano il lavoro, come espressione della creatività umana, sarà una necessità vitale, la tecnica, la tecnologia, le invenzioni si succederanno a migliaia; ogni unità sarà cambiata anno dopo anno, ringiovanita e modernizzata; tutti parteciperanno con una forza incontenibile alla costruzione della nuova società. Bisogna ricordare sempre, compagni, che questo compito, il compito della produzione, in tutte le sue complessità, non solamente la produzione numerica o per peso di un prodotto, ma in tutte le sue complessità organizzative è uno dei compiti fondamentali del paese. Questa è una delle trincee che non si possono in alcun modo dimenticare. Ed è, il nostro lavoro, il nostro lavoro di combattenti della produzione, far sì che la coscienza si sviluppi ogni giorno di più su questa via per la quale passiamo; farlo così bene che ogni lavoratore sia un innamorato della sua fabbrica, ma che ogni lavoratore sappia che se il prezzo per conservare la sua fabbrica intatta o la sua stessa vita o quella dei suoi figli è cadere in ginocchio, quel prezzo non potrà mai esser pagato dal popolo di Cuba. Il lavoro deve essere una nostra necessità morale, il lavoro deve essere qualcosa cui si va ogni mattina, ogni sera od ogni notte, con rinnovato entusiasmo, con rinnovato interesse. Dobbiamo imparare a cogliere dal lavoro quello che presenta di interessante o quello che ha di creativo, dobbiamo conoscere il più piccolo segreto della macchina o del processo in cui siamo tenuti a lavorare

Che Guevara Y El Trabajo Voluntario

Il lavoro volontario
L’importanza che ha il lavoro volontario si riflette nella coscienza che si acquista di fronte al lavoro e nello stimolo o esempio che questo atteggiamento significa per tutti i compagni. L’educazione comunista deve essere basata su questa coscienza e i lavoratori volontari d’avanguardia sono quelli che meglio realizzano gli ideali del vero comunista. L’importanza del lavoro volontario non si riflette sulla parte direttamente economica che potrebbe portare alle imprese o allo Stato; si riflette nella coscienza che si acquista di fronte al lavoro e nello stimolo o esempio che questo atteggiamento significa per tutti i compagni delle varie unità di lavoro. Vale a dire, che i lavoratori volontari d’avanguardia sono gli uomini che realizzano più integralmente di ogni altro gli ideali del vero comunista, gli ideali del vero comunista che nel suo luogo di lavoro, nel suo centro di produzione – che è il suo luogo di lotta, la sua trincea – dice agli altri compagni: “Seguitemi per questo cammino“; sempre abbiamo insistito su questo.

L’emulazione
L’emulazione è una fraterna competizione. A che scopo? Perché tutti quanti aumentino la produzione. Rappresenta un’arma per aumentare la produzione. Ma non soltanto questo: è un’arma per aumentare la produzione e uno strumento per approfondire la coscienza delle masse, e sempre le due cose devono essere unite. Che cos’è l’emulazione? L’emulazione è semplicemente una fraterna competizione, ma una competizione volta al più nobile dei propositi, come quello di migliorare, di avere ogni centro di lavoro, ogni impresa, ogni unità alla testa della costruzione del socialismo.

La qualità
La qualificazione dei lavoratori è in diretta relazione con la loro produzione e la produzione dei lavoratori, la norma del lavoro di qualità è il dovere sociale di ogni operaio verso tutta la comunità. Qualità è quello che dobbiamo dare al nostro popolo; è un nostro dovere, un dovere di ciascuno come parte del nostro dovere verso la comunità. La qualità del prodotto è un dovere morale dell’operaio socialista, perché quel prodotto va al popolo, si riversa anche su se stesso e su tutta la collettività e il dovere morale è cercare di produrlo il meglio possibile, con il maggior risparmio possibile di materie prime. Possiamo trarre una conclusione molto importante ed è che dentro la norma deve esistere la norma della qualità: la norma non è solo quantità, è qualità. E allora il dovere dell’operaio è produrre tanto di tale qualità; se non produce tanto di tale qualità non ha compiuto il suo dovere sociale. Ricordiamoci sempre che la qualità non è assolutamente in contrasto con queste fasi di costruzione del socialismo; ricordiamoci sempre che è dovere di noi produttori, produttori di una società che si riscatta, dare al nostro popolo il meglio che possiamo, il meglio del nostro sforzo, il nostro sforzo già convertito in prodotti rifiniti al meglio e della migliore qualità.

La pianificazione
È nella distribuzione che il socialismo ottiene indubbi vantaggi e nella pianificazione centralizzata dove ha potuto eliminare gli svantaggi d’ordine tecnologico e organizzativo rispetto al capitalismo. Il piano non è una cosa meccanica che si crea con elucubrazioni da laboratorio. Il piano è una cosa dura, fondamentalmente destinata a tirar fuori dal paese le riserve fino a questo momento addormentate e metterle al servizio della produzione. La pianificazione è una delle leggi del socialismo che senza di essa non esisterebbe. Senza una giusta pianificazione non può esistere una garanzia sufficiente a che tutti i settori economici di qualsiasi paese si vincolino armoniosamente per fare quei balzi in avanti che l’epoca in cui stiamo vivendo richiede. Noi abbiamo imparato nella pratica, con i nostri errori, sbattendo la testa nel muro, che pianificazione e socialismo marciano insieme e che non si può forzare la pianificazione finché le condizioni economiche oggettive non lo permettano. Perché esista pianificazione e capacità di progredire su quella via deve esistere volontà del socialismo e capacità di svilupparsi su quella via. Noi pensiamo che la reale pianificazione, la pianificazione di tutti i mezzi di produzione del paese si può fare soltanto a due basilari condizioni: che i lavoratori abbiano conquistato il potere politico – cosa fondamentale – e che siano i padroni di quei mezzi di produzione. In questo modo si può fare una pianificazione completa. Il compito di pianificare richiede inoltre l’indiscutibile concorso di tutta la popolazione del paese. Noi solamente diciamo pianificazione quando tutti i lavoratori, tutti gli operai delle fabbriche, i contadini nelle cooperative, i lavoratori d’ogni genere, possono discutere i piani, e ridiscuterli più volte, realizzarli, sviscerarli e approvarli in assemblea di produzione. Si può pianificare durante la costruzione del socialismo, ma tenendo sempre presente che la pianificazione dovrà accordarsi alle condizioni oggettive imperanti al momento di realizzarsi. La pianificazione significa previsione, auscultazione avvenire, conseguimento di formule razionali per prevenire gli accadimenti futuri e dar loro la migliore soluzione. La pianificazione, intesa nel senso marxista-leninista a parola, ha un contenuto economico e politico. È la maniera di svilupparsi della società socialista. Ciò ci indica a cosa importantissima: perché esista la pianificazione deve esistere il socialismo; perché esistano volontà di pianificare e capacità di progredire su quella via devono esistere volontà di socialismo e capacità di svilupparsi in tal senso. Quindi, perché esista pianificazione, le forze popolari devono avanzare sui mezzi di produzione, impadronirsene e metterli a disposizione del popolo. Il costo deve essere – l’analisi del costo – l’arma utilizzata dall’amministratore rivoluzionario per agire sulla produzione in senso immediato e la pianificazione, l’arma che possiede per poter misurare la portata della produzione e prevedere i vari problemi che si porranno nel corso di un anno o del periodo pianificato. Arma fondamentale per l’analisi economica, la più fondamentale e la più elementare – se si vuole – è la giusta analisi dei costi di produzione. Lì è il centro diluito. E il costo di produzione deve essere una preoccupazione di ogni operaio, non solo dell’apparato direttivo o di quello amministrativo dell’unità o dell’impresa. Pianificazione e organizzazione sono termini più o meno gemelli, ma potremmo stabilire qualche differenza dicendo che pianificazione è l’organizzazione dell’economia e della vita generale della nazione d’accordo con grandi linee di compatibilità ed equilibrio e al fine di ricavare il massimo dalle riserve giacenti in seno alla società; organizzazione è la preparazione diluiti gli organismi, fino alle ultime viti amministrative, per poter effettivamente realizzare la pianificazione.

L’assenteismo
Ogni qual volta uno di voi […] pensa di avere un doloretto, che quel giorno deve rimanere a casa, che il suo lavoro non ha importanza, che un giorno più o meno non importa, che ora guadagna abbastanza; ogni qual volta si mette a fumare un sigaro, dimenticando durante i suoi turni di lavoro i suoi doveri; ogni qual volta, invece di applicarvi al lavoro, vi mettete a discutere tutti insieme: ogni qual volta smettete di pensare al nuovo che bisogna fare, a come bisogna perfezionare quest’industria; ogni qual volta vi lasciate possedere dalla divisione, dall’intrigo, dalla calunnia delle canaglie, vi state facendo sconfiggere dal nemico e la nostra Patria tutta perde una battaglia contro il nemico. Uno dei compiti creativi della classe operaia è lottare contro l’assenteismo, il costringersi, ognuno da sé, a compiere i suoi doveri e compierli tutti i giorni del mese, tutti i giorni dell’anno, senza mancare o mancando soltanto quando è impossibile non farlo, quando si verifichino situazioni di forza maggiore che lo impongano. Si ha l’assenteismo diretto di gente che non ha voglia di andare a lavorare e non ci va; si ha l’assenteismo dell’individuo che arriva tardi e se ne va all’ora di uscita; si ha l’assenteismo dell’individuo che va via molto tardi e allora trova la scusa per arrivare tardi il giorno appresso ma non rende come dovrebbe nel suo lavoro. L’assenteismo è tuttora vigente; è forse il prodotto derivante dall’avere troppi soldi quando non si sa per che cosa spenderli, prodotto dell’epoca in cui viviamo. Ma l’assenteismo si combatte anche con misure di carattere sociale, con misure collettive, discutendo con la gente, con l’esposizione ragionata dei danni che provoca. Noi possiamo definire l’assenteismo come il controrivoluzionario più tenebroso, più sottile. L’assenteismo è un male che ci divora dentro. E chi si assenta dal lavoro per motivi banali non per questo smette di sentirsi un rivoluzionario: ecco perché questo nemico è sottile e tenebroso…

Studio e abilitazione
Lo studio politico, lo studio in tutti i suoi aspetti, deve essere anche unito ai compiti lavorativi. abbiamo bisogno che lo studio sia qualcosa di direttamente relazionato alla produzione, che lo studio sia un’attività giornaliera, una necessità al principio, una compulsione al principio, se volete, e a poco a poco diventi una necessità. Oggi tutta Cuba è un’enorme scuola. Studiano i militari; studiano tutti i giovani che hanno come dovere fondamentale lo studio; studiano gli operai e i contadini, frequentazione in qualche caso, superamento operaio in qualche altro, minimo tecnico; varie borse di studio del governo: ma tutto il popolo sta studiando. E questo studio sarà quello che contrassegnerà la base, la base fondamentale per il mutamento di società, il mutamento d’aspetto della società. L’importanza che riveste lo studio, il continuo superamento giorno dopo giorno, la discussione quotidiana dei problemi; la critica e l’autocritica; il superamento tecnico; la previsione del futuro e la coscienza di essere su una nuova via dove nessuno potrà fermarci, dove non c’è modo di fermarci, ma dove piuttosto la nostra azione può accelerare o ritardare il processo e nostro dovere è accelerare il processo al massimo mediante la volontà congiunta di tutti noi. Voi, compagni, oggi non avete che un dovere: il dovere di studiare. Con questo dovere state pagando tutti i debiti che possiate contrarre con la società, con questa società presente e con tutti gli eroi che si sono immolati per rendere possibile questa società presente. […] Questo è l’unico dovere. E voi onorerete così tutti i martiri e onorate così tutti i compagni che ancora dovranno cadere in queste lotte, studiando ogni giorno di più, e pensando anche in ogni momento di debolezza che stanno sperando in voi le fabbriche e le scuole, gli istituti d’arte, le università, che tutta Cuba spera in voi… Il compito del superamento operaio deve essere visto con occhi molto buoni dalla classe operaia, gli si deve dare l’importanza che ha; da parte della collettività operaia si devono esercitare pressioni su quei compagni che si rifiutano di studiare, che si fanno beffe dello studio e che manifestano idee retrograde… L’uomo mediante l’educazione si supera e quando questa educazione si realizza mediante uno spirito collettivo, quando la vigilanza rivoluzionaria di tutti aiuta lo sviluppo della coscienza di tutti, il salto può essere gigantesco. Dobbiamo affrontarlo senza paura, senza la benché minima paura e senza che un eventuale fallimento transitorio ci tolga il coraggio. L’abilitazione individuale sarà sempre un elemento da tenere in conto per l’elevazione delle norme da considerare nel compenso di ciascun individuo. Quando tutti i compagni saranno persuasi che ciascuno individualmente significa assai poco, che la loro forza è la forza collettiva; quando sapranno bene che la loro sapienza personale, le loro nozioni correttamente applicate, conseguentemente con il bagaglio di conoscenza di tutti i compagni, sono ciò che darà frutti rapidi e sicuri; quando noi arriveremo a capire che quello che sappiamo oggi non è che una briciola di quello che dobbiamo sapere individualmente e collettivamente; quando la meta di sesto grado indicata da Lázaro Peña sarà spazzata via dalle nostre emulazioni in quanto già ampiamente superata, potremo cominciare a dire che siamo ormai sul retto cammino. Ma, a misura che si acquistano nuove nozioni, la cultura cessa di essere un dovere rivoluzionario o qualcosa di più o meno gravoso che si la per compiere un dovere rivoluzionario, per convertirsi in una necessità dell’uomo. E allora non ci sarà bisogno di nessuno sforzo per proseguire il compito della cultura. L’abilitazione è quindi un compito cardinale del governo e di tutto il popolo e non si deve abbandonare. Gli uomini, anche quando si sentono stanchi, gli uomini e le donne dopo il lavoro devono fare lo sforzo imprescindibile di dedicare sia pure un’ora, mezz’ora al giorno allo studio e cercare in questo modo di superare le loro conoscenze.

Educazione e cultura
L’analfabetismo non è altro che l’espressione estrema dell’incultura del popolo. Chi sappia appena leggere e scrivere non ha fatto che abbandonare l’ultimo gradino della scala della cultura ma non può aggiungere niente. Siamo stati tutti testimoni, e in qualche modo partecipanti, della battaglia, non meno eroica di altre, che abbiamo condotto contro l’incultura, in questo caso contro l’analfabetismo. La cultura è una cosa che appartiene al mondo, è forse, come il linguaggio, qualcosa che appartiene alla specie umana. I diversi rami della produzione si andranno automatizzando, aumentando incessantemente la produttività del lavoratore e il tempo libero sarà dedicato a impegni culturali, sportivi, scientifici al grado più alto e il lavoro sarà una necessità sociale.

Sartre, Simone, Che y Lisandro
Che Guevara, Simone de Beauvoir, Jean-Paul Sartre e Lisandro Otero a L’Avana, il 5 marzo del 1960.
©Alberto Korda

Tecnica e Rivoluzione Tecnica
Non potrà esservi una cultura tecnica adeguata se non sarà complementare a una cultura ideologica. La tecnica bisogna prenderla dove si trova; bisogna fare il gran salto tecnico per andare diminuendo la differenza oggi esistente fra i paesi più sviluppati e noi. La Rivoluzione Tecnica non può esser fatta dal desiderio di una persona, o di un gruppo di persone. E non si può fare servendosi di un certo numero di tecnici qualificati esperti di alcuni impianti o che progettino macchinari di qualche tipo: la Rivoluzione Tecnica – come tutte le rivoluzioni , deve essere fenomeno di massa. La Rivoluzione Tecnica significa il cambiamento totale nostre concezioni circa la produzione di ogni tipo e il conseguente cambiamento delle nostre tecniche produttive di ricerca.Ll’avvenire del paese è direttamente legato allo sviluppo scienza e della tecnica. Non potremo mai camminare con le nostre gambe finché non avremo una tecnologia avanzata, basata su una tecnica propria, su una scienza propria. Finché produrremo i nostri beni e realizzeremo i nostri servizi sulle spalle dei lavoratori, semplicemente con le mani dei lavoratori, non potremo entrare nel socialismo. All’inizio della Rivoluzione era frequente, da parte nostra, il recupero di ingegneri, di tecnici d’ogni genere che lavoravano come venditori, esattori, in qualche carica burocratica, perché non avevano spazio nella produzione. Oggi quel panorama è totalmente cambiato e la fame di tecnici in tutte le imprese produttive è straordinaria. Per usare l’arma della tecnica al servizio della società, bisogna prendere in mano la società e, per prendere in mano la società, bisogna distruggere gli elementi di oppressione, bisogna cambiare le condizioni sociali vigenti in alcuni paesi e consegnare ai tecnici d’ogni genere, al popolo, l’arma della tecnica. Non si può pensare alla Rivoluzione Tecnica senza pensare contemporaneamente a una condotta comunista di fronte al lavoro, e questo è sommamente importante. Se non c’è un atteggiamento comunista di fronte al lavoro, che non si parli di Rivoluzione Tecnica Socialista.

Studente, tecnico, professionista
Studenti del mondo, non dimenticate mai che dietro ogni tecnica c’è qualcuno che l’impugna e che questo qualcuno è una società e che si sta con o contro quella società; che al mondo c’è chi pensa che lo sfruttamento è una cosa buona e chi pensa che è una cosa cattiva e che bisogna sconfiggerlo; che anche quando non si parla di politica da nessuna parte l’uomo politico non può rinunciare a quella situazione immanente alla sua condizione di essere umano. Non possono esservi tecnici che pensino da rivoluzionari e non agiscano da rivoluzionari. E chi pretende di dire che solo un tecnico, un architetto, un medico, un ingegnere, uno scienziato di qualsiasi tipo è lì per lavorare con i suoi strumenti, solo nel suo specifico ramo, mentre il popolo muore di fame o viene ucciso nella lotta, ha preso di fatto partito dall’altra parte. Non è apolitico, è politico ma contrario ai movimenti di liberazione. Dobbiamo andare con ansia di ricerca, con spirito umile a imparare da quella grande fonte di sapienza che è il popolo. Non dobbiamo mai far sì che un tecnico dimentichi di essere un uomo politico, di essere un uomo responsabile nei confronti della società in cui vive e che non può starsene al margine della società in cui vive; noi dobbiamo far sì che i nostri tecnici sentano come impegno fondamentale da portare avanti in quel modo, come impegno fondamentale, l’apprendere sempre più e più profondamente tutti gli aspetti della loro professione o della loro specializzazione per metterla al servizio della società. Sempre, succeda quel che succeda al mondo, il medico, per il fatto di stare tanto vicino al paziente, di conoscere tanto del più profondo della sua psiche, di essere l’immagine di chi si avvicina al dolore e lo mitiga, svolge un’opera della massima importanza, di grande responsabilità nella vita sociale. Per essere un medico rivoluzionario, o per essere un rivoluzionario, la prima cosa che bisogna avere è la rivoluzione. Non serve a niente lo sforzo isolato, lo sforzo individuale, la purezza di ideali, l’andito a sacrificare tutta una vita al più nobile degli ideali, se tale sforzo lo si compie da soli. Ogni medico, nell’ambito della sua azione, può e deve accumulare questo prezioso tesoro che è la gratitudine del popolo. Credo che un architetto – come praticamente ogni professionista – sia un uomo in cui si coniuga la cultura generale dell’umanità fino a quel momento raggiunta con la tecnica generale dell’umanità o specifica di ciascun popolo

Il guerrigliero
Il nucleo guerrigliero, assestatosi su terreni favorevoli alla lotta, garantisce la sicurezza e la permanenza del comando rivoluzionario. Il guerrigliero è, fondamentalmente e prima di tutto, un rivoluzionario agrario. Il guerrigliero è un riformatore sociale. Il guerrigliero impugna le armi come protesta adirata del popolo contro i suoi oppressori e lotta per cambiare il regime sociale che tiene tutti i suoi fratelli disarmati nell’obbrobrio della miseria. Si addestra contro le condizioni speciali dell’ istituzionalità di un dato momento e si dedica a rompere con tutto il vigore che le circostanze permettano gli stampi di quella istituzionalità.

Tattica e strategia
Non esistono obiettivi tattici e strategici immutabili. Talora obiettivi tattici raggiungono un’importanza strategica, talaltra obiettivi strategici si tramutano in meri elementi tattici. Tattica e strategia sono i due elementi sostanziali dell’arte della guerra, ma guerra e politica sono strettamente unite per mezzo del denominatore comune che è l’impegno a raggiungere un obiettivo definitivo, sia, questo l’annientamento dell’avversario in una lotta armata, sia la presa del potere politico. In questa lotta dalle caratteristiche mondiali la posizione assume grande importanza. A volte determinante. Cuba, ad esempio, è una collina avanzata, una collina che guarda all’amplissimo campo del mondo economicamente distorto dell’America Latina, che apre la sua antenna, il suo esempio fatto luce, a tutti i popoli d’America. Il potere è l’obiettivo strategico sine qua non delle forze rivoluzionarie e tutto deve essere assoggettato a questa grande consegna. Per la presa del potere, in questo mondo polarizzato in due forze di estrema disparità e assoluto scontro di interessi, non ci si può limitare all’ambito di una entità geografica o sociale. La presa del potere è un obiettivo mondiale delle forze rivoluzionarie. Conquistare l’avvenire è l’elemento strategico della Rivoluzione, congelare il presente è la contropartita strategica che muove le forze della reazione nel mondo attuale, poiché stanno sulle difensive.

Lotta armata
Non esiste esperienza più profonda per un rivoluzionario dell’atto della guerra: non il fatto isolato d’uccidere, né quello di portare un fucile o di stabilire una lotta di questo o quel tipo. E la somma dell’atto guerriero, il sapere che un uomo armato vale come unità combattente e vale come qualunque uomo armato e può ormai non aver paura di altri uomini armati. La consegna “dinamismo, iniziativa, mobilità, decisione rapida davanti a situazioni nuove” è somma sintesi della tattica guerrigliera e in poche parole vi è espressa tutta la difficilissima arte della guerra popolare. La guerra di guerriglia è guerra di popolo, è lotta di massa. Pretendere di realizzare questo tipo di guerra senza il sostegno della popolazione è il preludio di un disastro inevitabile. Lottare soltanto per conseguire la restaurazione di una certa legalità borghese, senza porsi invece il problema del potere rivoluzionario è lottare per tornare a un certo ordine dittatoriale prestabilito dalle classi sociali dominanti. Non dobbiamo temere la violenza, che è la levatrice delle società nuove; solo che quella violenza deve scatenarsi esattamente nel momento preciso in cui le condizioni del popolo si trovino nelle circostanze più favorevoli. La guerriglia, movimento difensivo del popolo in un dato momento, porta in sé, e costantemente deve sviluppare, la sua capacità d’attacco sul nemico. Questa capacità è quella che va determinando nel tempo il suo carattere catalizzatore delle forze popolari. Un giorno passarono a chiedere chi si dovesse avvisare in caso di morte e la reale possibilità del fatto ci colpì tutti. Dopo sapemmo che era vero, che in una rivoluzione si vince o si muore (se è vera). Molti compagni caddero lungo il cammino verso la vittoria.

Economists and Accountants from Villa Clara Paid Homage to Che and ...

Fidel
Se qualche volta deve dirmi qualche altra cosa, tenga presente che non sono un maestro; sono uno dei tanti fra gli uomini che lottano per fare una Cuba nuova ma che ha avuto la fortuna di vivere accanto a Fidel nei momenti più difficili della Rivoluzione cubana e in alcuni dei momenti più tragici e gloriosi della storia del mondo che lotta per la sua libertà. E tutti i cubani, delle città e delle campagne, affratellati in un unico sentimento, vanno sempre verso il futuro, pensando con un’assoluta unità, diretti da un capo in cui ripongono la più assoluta fiducia, perché in mille battaglie e mille diverse azioni ha dimostrato la sua capacità di sacrificio e la potenza e chiaroveggenza del SUO pensiero. Dall’epoca della Sierra e adesso, ogni volta che insorge qualsiasi genere di contesa, di qualunque tipo, la nostra preoccupazione è che Fidel va a cacciarvisi direttamente. Ed è nostra preoccupazione perché lo stimiamo e rispettiamo come dirigente di tutti noi, come l’uomo in grado di governare Cuba in situazioni estremamente difficili. E se noi oggi siamo qui e la Rivoluzione cubana è qui, è semplicemente perché Fidel entrò per primo nella caserma Moncada, perché sbarcò per primo dal Granma, perché fu il primo nella Sierra, perché andò a Playa Girén in un carro armato, perché quando vi fu un’inondazione corse laggiù e vi fu anche uno scontro perché non lo lasciavano entrare. Per questo il nostro popolo ha una così immensa fiducia nel suo Comandante in Capo, poiché, come nessun altro a Cuba, egli riunisce in sé tutte le autorità morali possibili per chiedere qualunque sacrificio in nome della Rivoluzione. Così marciamo. Alla testa dell’immensa colonna – non ci vergogniamo né c’intimidiamo nel dirlo – avanza Fidel, poi i migliori quadri del Partito e, subito dopo, così vicino da sentirsi la sua enorme forza, il popolo nel suo complesso; solida corazza di individualità che camminano verso una meta comune; individui che hanno raggiunto la coscienza di ciò che bisogna fare; uomini che lottano per uscire dal regno del bisogno per entrare in quello della libertà. Per il nostro futuro e per il futuro dell’America, che è anche il nostro, per il futuro del mondo intero, di tutti gli uomini e donne che anche negli Stati Uniti, in tutti i paesi imperialisti, subiscono l’oppressione del capitalismo, prendiamo, compagni, la ferma decisione di seguire i consigli di Fidel. Il primo, forse il più importante, il più originale è quella forza tellurica che risponde al nome di Fidel Castro Ruz, nome che in pochi anni ha raggiunto proiezioni storiche. Il futuro assegnerà il giusto posto ai meriti del nostro Primo Ministro ma a noi piace paragonarli a quelli delle più alte figure storiche di tutta l’America Latina. E quali sono le circostanze eccezionali che circondano la personalità di Fidel Castro? Vi sono vari aspetti nella sua vita e nel suo carattere che lo pongono ampiamente al di sopra di tutti i suoi compagni e seguaci; Fidel è un uomo di tale personalità che a qualsivoglia movimento partecipi deve guidarlo e così ha fatto nel corso della sua carriera, dalla vita studentesca fino alla premiership della nostra Patria e dei popoli oppressi d’America. Ha le caratteristiche del grande condottiero che, sommate alle doti personali di audacia, forza e coraggio e all’ansia straordinaria che ha di saggiare sempre la volontà del popolo, lo hanno portato al posto d’onore e sacrificio che oggi occupa. Ma ha ancora altre qualità importanti, come la capacità di assimilare nozioni ed esperienze, di comprendere il complesso di una data situazione senza perderne di vista i dettagli, la fede smisurata nel futuro e la vastità di una visione che gli permette di prevenire gli eventi e di anticipare i fatti, riuscendo a vedere sempre più lontano e meglio dei suoi compagni. Con queste grandi qualità cardinali, la sua capacità di saldare, di unire, opponendosi alla divisione che debilita, la capacità di condurre alla testa di tutti l’azione del popolo, il suo amore infinito per esso, la sua fede nel futuro e la capacità di prevederlo, Fidel Castro ha fatto più di chiunque a Cuba per costruire dal nulla quel formidabile apparato che è la Rivoluzione cubana. La mia unica colpa di una qualche gravità è il non aver avuto più fiducia in te sin dai primi momenti della Sierra Maestra e non aver capito con sufficiente rapidità le tue qualità di condottiero e rivoluzionario. Ho vissuto giorni splendidi e ho provato, standoti accanto, l’orgoglio di appartenere al nostro popolo nei giorni luminosi e tristi della crisi del Caribe. Poche volte si è più altamente distinto uno statista come in quei giorni e mi inorgoglisce anche averti seguito senza esitazioni, identificato col tuo modo di pensare e di vedere e valutare i pericoli e i princìpi. Per questo, quando, madidi di sudore contadino, con un orizzonte di montagne e di nuvole, sotto il sole cocente dell’Isola, entrarono all’Avana il capo ribelle e il suo seguito, una nuova “scalinata del giardino d’inverno saliva la storia con i piedi del popolo“.


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