Politica culturale e decolonizzazione nel progetto socialista cubano

Fidel: “La prima cosa da fare è salvare la cultura
Foto: Pablo Armando Fernández, Miguel Barnet, Fidel Castro, Abel Prieto

Il testo che segue è un estratto del dossier n. 56, Dieci tesi sul marxismo e la decolonizzazione. Questo dossier è il risultato di un lavoro congiunto dell’Istituto Tricontinentale in collaborazione con la Casa de las Américas.

di Abel Prieto 
Fonte: alai.info
Traduzione: GFJ

Violeta Parra (untitled)

La Rivoluzione cubana si è imposta in un Paese che era subordinato agli Stati Uniti in tutto e per tutto. Pur avendo la facciata di una repubblica, eravamo una colonia perfetta ed esemplare dal punto di vista economico, commerciale, diplomatico e politico. E ci siamo andati vicini in termini culturali.

La nostra borghesia ha sempre guardato al Nord: da lì ha importato sogni, speranze, feticci, modelli di vita. Ha mandato i suoi figli a studiare al Nord, sperando che assimilassero l’ammirevole spirito competitivo dei “vincitori” yankee, il loro stile, il loro modo unico e superiore di insediarsi in questo mondo e di sottomettere i “perdenti“.

Questa “vice-borghesia”, come l’ha battezzata Roberto Fernández Retamar, non si è limitata a consumare avidamente qualsiasi prodotto dell’industria culturale statunitense su cui potesse mettere le mani, ma non solo. Allo stesso tempo, collaborò alla diffusione dello stile di vita americano in America Latina e tenne per sé parte dei profitti. Cuba era un efficace laboratorio culturale al servizio dell’impero, progettato per moltiplicare l’esaltazione della “nazione eletta” e la sua leadership mondiale. Attori e attrici cubani doppiarono in spagnolo le serie televisive americane più popolari, che in seguito avrebbero invaso il continente. In effetti, siamo stati tra i primi Paesi della regione ad avere la televisione, a partire dal 1950. Sembrava un salto in avanti, verso il cosiddetto “progresso“, ma si è rivelato un primo avvelenamento. La programmazione televisiva cubana, molto commerciale, funzionava come una replica della pseudo-cultura made in USA, con telenovele, partite di baseball della Major League e della National League, programmi di competizione e partecipazione copiati dai reality show americani, e pubblicità in continuazione. La rivista Reader’s Digest Selecciones iniziò ad apparire in spagnolo nel 1940 all’Avana, con tutto il suo carico velenoso, pubblicata dall’omonima società. Questo simbolo dell’idealizzazione del modello yankee e della demonizzazione dell’URSS e di qualsiasi idea di emancipazione fu tradotto e stampato sull’isola e da qui distribuito in tutta l’America Latina e in Spagna.

L’immagine stessa di Cuba diffusa a livello internazionale si è ridotta al “paradiso” tropicale fabbricato dalla mafia yankee e dai suoi complici cubani. Droga, gioco d’azzardo, prostituzione, tutto al servizio del turismo VIP del Nord. Ricordiamo che il progetto di Las Vegas era stato pensato per il nostro Paese ed è fallito a causa della Rivoluzione.

Fanon parlò del triste ruolo della “borghesia nazionale” – ora formalmente indipendente dal colonialismo – di fronte alle élite delle ex metropoli, “che si presentano come turisti innamorati dell’esotismo, della caccia e dei casinò“. E aggiunse:

“Se si vuole una prova di questa eventuale trasformazione di elementi dell’ex borghesia coloniale in organizzatori di feste e veglioni per la borghesia occidentale, vale la pena di evocare quanto è accaduto in America Latina. I casinò dell’Avana, del Messico, le spiagge di Rio, le giovani brasiliane o messicane, le meticce tredicenni, Acapulco, Copacabana, sono le stimmate di questo atteggiamento della borghesia nazionale” (Fanon, 2011 [1961]).

I nostri borghesi, sottomessi “organizzatori di feste” degli yankee, hanno fatto del loro meglio affinché Cuba fosse assorbita culturalmente dai loro padroni durante la repubblica neocoloniale. Ma ci sono stati tre fattori che hanno fermato questo processo: il lavoro delle minoranze intellettuali che hanno difeso, contro ogni previsione, la memoria e i valori della nazione; la divulgazione dei principi di Martí e del patriottismo da parte degli insegnanti della scuola pubblica cubana; e la resistenza della nostra potente cultura popolare, meticcia, orgogliosa, ingovernabile, nutrita dal ricco patrimonio della spiritualità di origine africana.

Fidel, nel suo discorso La storia mi assolverà, ha elencato i sei problemi principali di Cuba e, tra questi, ha sottolineato “il problema dell’istruzione“. Egli indicava “la riforma integrale dell’educazione” come una delle missioni più urgenti che la futura Repubblica liberata avrebbe dovuto intraprendere (Castro, 2007 [1953]).

Quindi, la rivoluzione educativa e culturale è iniziata praticamente dal trionfo del 1° gennaio 1959. Il 29 dello stesso mese, su invito di Fidel, un primo distaccamento di 300 insegnanti, 100 medici e altri professionisti è partito per la Sierra Maestra per portare l’istruzione e la salute nelle zone più remote. Nello stesso periodo, Camilo Cienfuegos e il Che lanciarono una campagna per sradicare l’analfabetismo tra le truppe dell’Esercito Ribelle, tenendo conto che più dell’80% dei combattenti era analfabeta.

Il 14 settembre, l’ex campo militare di Columbia veniva consegnato al Ministero dell’Istruzione per costruirvi un grande complesso scolastico. La promessa di convertire le caserme in scuole cominciava ad essere mantenuta: 69 fortezze militari divennero scuole. Il 18 settembre era approvata la legge n. 561, che ha creato 10.000 aule e accreditato 4.000 nuovi insegnanti.

Nel 1959 furono create istituzioni culturali di grande importanza: l’Istituto Cubano di Arte e Industria Cinematografica (ICAIC), la Tipografia Nazionale, la Casa de las Américas, il Teatro Nazionale di Cuba, con un Dipartimento di Folklore e una visione senza pregiudizi e antirazzista senza precedenti nel Paese. Tutta questa nuova istituzionalità rivoluzionaria era orientata verso una comprensione decolonizzata della cultura cubana e universale.

Ma il 1961 è stato l’anno chiave in cui è iniziata una profonda rivoluzione educativa e culturale a Cuba.

Fu l’anno in cui Eisenhower ruppe le relazioni diplomatiche con il nostro Paese. È l’anno in cui Roa denuncia all’ONU “la politica di vessazione, ritorsione, aggressione, sovversione, isolamento e attacco imminente da parte degli Stati Uniti contro il governo e il popolo cubano” (Roa, 1986); l’anno dell’invasione della Baia dei Porci e della lotta senza quartiere contro le bande armate finanziate dalla CIA. È l’anno in cui il governo statunitense, già presieduto da Kennedy, intensifica l’offensiva per asfissiare economicamente Cuba e isolarla dalla Nostra America e dall’intero mondo occidentale.

Il 1961 è anche l’anno in cui Fidel proclama il carattere socialista della Rivoluzione il 16 aprile, alla vigilia dell’invasione della Baia dei Porci, mentre Roa delinea il piano che verrà attuato il giorno successivo. Questo, tenendo conto dell’influenza sull’isola del clima della Guerra Fredda e della crociata maccartista, antisovietica e anticomunista, dimostrava che il giovane processo rivoluzionario stava plasmando, a una velocità incredibile, un’egemonia culturale fondata sull’antimperialismo, sulla sovranità, sulla giustizia sociale e sulla lotta per costruire un Paese radicalmente diverso.

Ma fu anche l’anno dell’epopea dell’alfabetizzazione, della creazione della Scuola Nazionale di Istruttori d’Arte, degli incontri di Fidel con i rappresentanti dell’intellighenzia e del suo discorso fondativo sulla nostra politica culturale – Parole agli intellettuali -, della nascita dell’Unione degli Scrittori e degli Artisti di Cuba (UNEAC) e dell’Istituto Nazionale di Etnologia e Folklore (Castro, 1961).

Quasi quattro decenni dopo, nel 1999, in Venezuela, Fidel riassumeva il suo pensiero sulla componente culturale ed educativa in ogni vero processo rivoluzionario: “Una rivoluzione non può che essere figlia della cultura e delle idee” (Castro, 1999).

Anche se apporta cambiamenti radicali, anche se dà la terra ai contadini ed elimina il latifondo, anche se costruisce alloggi per chi sopravvive in quartieri malsani, anche se mette la sanità pubblica al servizio di tutti, anche se nazionalizza le risorse del Paese e ne difende la sovranità, una rivoluzione non sarà mai completa o duratura se non attribuisce un ruolo decisivo all’istruzione e alla cultura. È necessario cambiare le condizioni materiali di vita degli esseri umani e allo stesso tempo cambiare gli esseri umani, la loro coscienza, i loro paradigmi, i loro valori.

Per Fidel, la cultura non è mai stata qualcosa di ornamentale o uno strumento di propaganda, un errore comune nella storia dei leader di sinistra. La vedeva come un’energia trasformatrice di portata eccezionale, intimamente legata alla condotta, all’etica, e capace di contribuire in modo decisivo al “miglioramento umano” in cui Martí aveva tanta fiducia. Ma Fidel la vedeva soprattutto come l’unica via concepibile per raggiungere la piena emancipazione del popolo: quella che gli offre la possibilità di difendere la propria libertà, la propria memoria, le proprie origini, e di disfare la vasta rete di manipolazioni che gli sbarrano la strada giorno dopo giorno. Il cittadino colto e libero che è al centro dell’utopia di Marti e Fidel Castro deve essere preparato a comprendere appieno l’ambiente nazionale e internazionale e a decifrare ed eludere le trappole dell’apparato di dominio culturale.

Nel 1998, in occasione del 6° Congresso dell’UNEAC, Fidel si è concentrato sul tema “Legami con la globalizzazione e la cultura“. La cosiddetta “globalizzazione neoliberista“, ha detto, è “la più grande minaccia alla cultura, non solo alla nostra, ma a quella del mondo. Dobbiamo difendere le nostre tradizioni, il nostro patrimonio, la nostra creazione, di fronte al “più potente strumento di dominazione imperialista“. E ha concluso: “Qui è in gioco tutto: l’identità nazionale, la patria, la giustizia sociale, la rivoluzione, tutto è in gioco. Queste sono le battaglie che dobbiamo combattere ora” (Prieto, 2021).

Si tratta, ovviamente, di “battaglie” contro la colonizzazione culturale, contro quella che Frei Betto chiama “globocolonizzazione“, contro un’onda che potrebbe liquidare la nostra identità e la stessa Rivoluzione.

Fidel era già convinto che nell’educazione, nella cultura, nell’ideologia, ci sono progressi e battute d’arresto. Nessuna conquista può essere considerata definitivo. Per questo motivo torna sull’argomento nel suo sconvolgente discorso all’Università dell’Avana del 17 novembre 2005.

Ci avverte che la macchina mediatica, insieme all’incessante propaganda commerciale, genera “riflessi condizionati“. “Le bugie“, dice, “influenzano la conoscenza“, ma “i riflessi condizionati influenzano la capacità di pensare“. (1)

Così, se l’impero dice “Cuba è cattiva“, “vengono tutti gli sfruttati di questo mondo, tutti gli analfabeti e tutti coloro che non ricevono assistenza medica, né istruzione, né lavoro garantito, né niente di garantito” e ripetono che “la Rivoluzione cubana è cattiva“.  Quindi, la somma diabolica di ignoranza e manipolazione genera una creatura patetica: il povero di destra, questo infelice che esprimere la propria opinione, vota e sostiene i suoi sfruttatori.

Senza cultura“, ripeteva Fidel, “non è possibile alcuna libertà. I rivoluzionari, secondo lui, sono tenuti a studiare, a informarsi, a nutrire il proprio pensiero critico giorno per giorno. Questa formazione culturale, insieme ai valori etici essenziali, ci permetterà di liberarci definitivamente in un mondo in cui predomina la schiavitù delle menti e delle coscienze. Il suo appello a “emanciparci da soli e con i nostri sforzi” equivale a dire “decolonizzarci da soli e con i nostri sforzi“. E la cultura è, ovviamente, lo strumento principale di questo processo decolonizzante di autoapprendimento, di autoemancipazione.

A Cuba siamo attualmente più contaminati che in altri momenti della nostra storia rivoluzionaria dai simboli e dai feticci della “globocolonizzazione. Dobbiamo combattere questa tendenza a sottovalutare questi processi e lavorare in due direzioni fondamentali: promuovere intenzionalmente autentiche opzioni culturali e favorire una visione critica dei prodotti dell’industria dell’intrattenimento egemone.

È essenziale rafforzare l’articolazione efficace delle istituzioni e delle organizzazioni, dei comunicatori, degli insegnanti, dei formatori, degli intellettuali, degli artisti e degli altri attori che contribuiscono direttamente o indirettamente alla formazione culturale del nostro popolo. Tutte le forze rivoluzionarie della cultura devono lavorare in modo più coerente. Il senso anticoloniale deve diventare un istinto.

Pubblicato in Attualità, Cuba, Cultura, Internazionale

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