“Reti sociali”. La verità delle bugie. Ma Cuba resiste

Le “fake news” esistono da sempre, ma negli ultimi tempi, soprattutto attraverso i social media, sono diventate uno strumento molto efficace per alterare la percezione della realtà della popolazione. Per diventare cittadini e cittadine consapevoli è necessario aguzzare le antenne, in modo da schermarsi rispetto alle manipolazioni del potere che ci induce verso un futuro senza verità. In un’epoca di inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario. 

di Carlos Luque
Fonte: Cuba, Isla Mía
Traduzione e aggiunte: GFJ

Il fuoco amico e le difficoltà di scrivere la verità

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Le cosiddette reti sociali hanno portato molti – troppi – a credere di poter scrivere su di esse come quando si chiacchiera nel proprio salotto di casa e che, inoltre, questo democratizzi la vita sociale. Dimenticano che questi media vengono regalati come fossero un dono della libertà, ma che invece funzionano come strumenti di controllo. Sono invece un’esca perversa: quando si abbocca, si diventa la preda. Sono bolle in cui più si pensa di essere liberi, ma in realtà ci si si allontana dalla comunicazione.  Naturalmente, ogni bolla può essere fatta esplodere. Ciò avviene quando se ne fa un uso intelligente, quando si ha il punteruolo giusto e si sa come usarlo.

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Non tutti sono consapevoli dell’inganno comunicazionale. Eppure, è abbastanza semplice. L’ineguale potere economico tra le potenze e le cosiddette regioni periferiche, o detto più crudamente, tra élite sfruttatrici e nazioni sottomesse, causa innumerevoli difficoltà per l’equilibrio di governabilità nei paesi che cercano una vera indipendenza e sovranità, sia politica, che, almeno in parte, economica. Parliamo della maggioranza dei paesi del cosiddetto terzo mondo.

Nei paesi capitalisti della periferia, l’imperialismo dirotta la lotta dei popoli verso l’obiettivo di politici nazionali sottomessi dal Capitale endogeno e da satelliti legati agli interessi comuni del Capitale esogeno. Questo è quello che succede oggi nella maggior parte dei paesi sudamericani, ma anche in diversi paesi dell’Europa meridionale, con le dovute differenze.

Nei paesi che hanno tentato o persistono nel liberarsi dalle catene della sottomissione globale, e nel costruire un tipo di progetto antitetico al capitalismo, una parte della loro popolazione denuncia i loro governi per le conseguenze di un ordine di cose creato dall’aggressione imperialista. È una risorsa che ha un magnifico risultato per la classe dirigente: io ti creo delle difficoltà, ma la tua popolazione te renderà responsabile dello scontento. È la sintesi di quelle ciniche dichiarazioni di un americano: creare disperazione, bisogni insoddisfatti, una lunga aspettativa di accesso al modello capitalista di consumo, ma tu sarai per loro il colpevole e il bersaglio delle proteste.

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Dopo più di 60 anni di tentativi, a Cuba non ha prodotto i risultati sperati. Ma non in modo assoluto. Indubbiamente, deve aver avuto delle conseguenze. E le ha avute nelle parti più malleabili e flosce della popolazione.

Il 59 rivoluzionario iniziò a creare una macro piattaforma sociale, attraverso, prima di tutto, l’istruzione universale e gratuita, la salute, l’assistenza sociale, il lavoro e l’accesso a diritti, prima inediti, che uniformarono le opportunità di avanzamento e sviluppo personale. Ma nella sfera del micro, della famiglia e dell’ambiente relazionale, il punto di partenza imponeva limiti che dovevano essere superati dallo sforzo e dalla lucidità individuale, oltre alla risoluzione di fenomeni dirompenti o traumatici che sorgono nelle biografie di ogni individualità. E sebbene le politiche socialiste fossero una sinergia favorevole per raggiungere questo obiettivo, era inevitabile che le opportunità non venissero sfruttate da tutti allo stesso modo. I modelli di comportamento e le aspirazioni di realizzazione sono parzialmente ereditati all’interno della famiglia e del tessuto sociale. A questo si devono aggiungere le enormi difficoltà imposte dall’aggressione che si dovette superare per garantire le condizioni materiali dei settori più svantaggiati all’inizio del 1959.

La mossa era ed è perfetta. Per impedire lo sviluppo, provocato anche dagli errori indotti, quelli condizionati dal cappio di ferro, o da quelli inevitabili di qualsiasi percorso inedito. Ridurre al massimo il divario tra le aspettative della società e i risultati che si potrebbero ottenere. E allo stesso tempo, mostrare la vetrina ingannevole dell’accesso all’abbondanza per tutti, abbandonando la strada “sbagliata” e adottando quella “giusta”. Oltre all’esodo migratorio, creando l’impressione del fallimento di un’utopia.

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L’applicazione della risorsa è stata così ostinata e feroce, l’aggressione così intensa e continua, che è la misura di qualcosa che sfugge alla nostra percezione immediata: l’altrettanto enorme ed eroica realizzazione cubana di qualcosa qualificato come più grande di noi stessi: questa rivoluzione che non cessa di rivoluzionare sé stessa.

Ma altrettanto enormi sono le difficoltà del momento. Quando il paese stava applicando cautamente un lungo e rischioso processo di trasformazione negli ordini vitali della vita sociale ed economica, un’amministrazione intensifica al massimo l’aggressione e, allo stesso tempo, fa esplodere una pandemia che scuote l’intera architettura economica nazionale e mondiale. Nel terreno di coltura delle condizioni di possibilità che erano state seminate da più di 60 anni di arduo blocco statunitense, fiorì anche l’incomprensione di circoli di persone che si presentano come socialisti, ma che, come abbiamo segnalato sopra, attribuiscono la responsabilità delle conseguenze solo o principalmente a errori interni, attribuibili solo al progetto socialista. Era, ed è tuttora, uno dei frutti attesi dai nostri nemici.

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La critica necessaria, lucida e utile viene allora intrecciata e confusa con quella che gli aggressori sperano sia rivolta a errori reali o presunti di politica interna. E per questo contano sui media digitali, così come sui traditori o mercenari a pagamento che non mancano mai in queste circostanze. Non è un caso che, nonostante l’inasprimento del blocco, l’accesso alla rete delle reti non è mai stato bloccato per Cuba, mai comunque completamente.

È il cavallo di Troia più efficace affinché gli sfruttati attacchino sé stessi, per darsi la zappa sui piedi, e per mettere i paesi in un crocevia sempre più labirintico per i paesi che l’imperialismo attacca: la critica è necessaria, ma la facoltà, il talento e l’informazione necessaria per renderla utile e non il fuoco amico, non è abbondante.

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Ecco perché oggi assistiamo a questo deplorevole episodio di personaggi con un percorso di vita rivoluzionario, o di appoggio alla rivoluzione, che non riescono a risolvere l’enigma. Manipolare la critica, assistendo alle difficoltà che Bertolt Brecht consigliava di superare. Soprattutto, ma in combinazione con tutti loro, la IV:

I.  Coraggio di scrivere la verità;

II. la sagacia di riconoscere la verità;

III. l’arte di rendere la verità maneggiabile come un’arma;

IV. il giudizio di scegliere le persone nelle cui mani la verità diventa effettiva, e

V.  l’abilità di diffondere la verità tra molti.


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