Russofobia e imperialismo totale

La russofobia in Italia colpisce perfino Dostoevskij. Odiare i russi nel modo più sfegatato possibile sembra il modo migliore per accreditarsi come difensore dell’Ucraina e come paladino dei diritti umani.

Il pregiudizio è un’arma potente per coercire ciò che è diverso. La cancellazione occidentale della cultura russa, compresi gli attacchi a notevoli scrittori e artisti, è la prova di uno sforzo concertato da Washington per invertire la propria decadenza

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Fonte: OUTRASPALAVRAS
Traduzione e aggiunte: GFJ

Ci possono essere delle eccezioni, ma di regola l’origine del pregiudizio non è naturale, spontanea, culturale e nemmeno direttamente politica. Il pregiudizio è il frutto dell’interesse o della pressione materiale, dell’impulso a ridurre la concorrenza e, in un certo senso, è un aspetto della contesa per le risorse scarse: se le donne, i nordestini (del Brasile, ndt), i poveri, i neri, ecc. sono esclusi dai settori più avvantaggiati, le possibilità per coloro che li discriminano e/o escludono sono maggiori. La procedura può manifestarsi a vari livelli, dalla sfera privata all’ordine degli Stati. Dipende dall’intensità della controversia.

Alcuni dei pregiudizi che ho menzionato sopra sono oggi, in certi casi, combattuti con gli onori di Stato. Ma ce ne sono altri che sono autorizzati e promossi pure con onori di Stato. La prova che il problema non sono i pregiudizi o le ingiustizie in sé, ma piuttosto chi esercita il pregiudizio e contro chi lo esercita. Il problema non è la morale, né la legge, né il diritto, ma chi li esercita e contro chi sono rivolti. Questo è il tema di fondo, per inciso, del romanzo Resurrezione di Tolstoj, per esempio.

Nella nostra epoca (parlando su scala più ampia), uno dei pregiudizi fomentati, senza dissimulazione e persino in tono celebrativo, è proprio la cosiddetta russofobia. Nei film, nei libri, nelle notizie, nei fumetti, nei cartoni animati, una persona come me, per esempio, fin dalla nascita, passa decenni ad essere indottrinata a disprezzare, diffidare e temere i russi. Altrimenti, identificandosi in qualche modo con loro, la persona si sentirà minacciata di subire anch’essa il danno a cui il pregiudizio è rivolto.

Quando si tratta di qualcuno che ha un interesse particolare per la cultura, l’arte e la storia del popolo russo, questa persona dovrà, nel migliore dei casi, pagare la sanzione mettendo in chiaro che le qualità delle opere che gli sono tanto care rappresentano un’eccezione o, preferibilmente, rappresentano una velata accusa diretta contro lo stesso paese che, dopo tutto, le ha generate.

Ma qual è l’origine di questo pregiudizio? Dal punto di vista della classe dirigente statunitense, la Russia non può esistere. Nella seconda decade del XX secolo, il presidente americano Woodrow Wilson (ampliando la tesi iniziale del generale Pilsudski, presidente della Polonia) affermò che la Russia doveva essere divisa in diversi piccoli paesi (la cosiddetta balcanizzazione). La tesi ha lasciato il segno nel corso degli anni e Zbiegniew Brzezinski (Consigliere di Stato americano) ha riaffermato lo stesso programma diversi decenni dopo, in modo più dettagliato. Aggiungendo, inoltre, che gli Stati Uniti non erano interessati ai paesi baltici: ciò che contava, infatti, era dominare (o “guidare”, secondo il suo eufemismo) l’Ucraina.

Ma perché favorire un tale pregiudizio? Anche qui si tratta di eliminare la concorrenza. Bisogna impedire alla Russia di svilupparsi, perché il suo potenziale di sviluppo è troppo grande: prova ne è il fatto, forse unico nella storia, che la Russia è stata distrutta tre volte in 80 anni ed è risorta tre volte, praticamente da sola. Mi riferisco ai periodi tra il 1914 e il 1922 (prima guerra mondiale, rivoluzione, guerra civile e intervento straniero), tra il 1941-1945 (invasione nazista) e gli anni ’90 (fine dell’Unione Sovietica, shock neoliberale – la più devastante delle tre situazioni).

Si nota anche in questo processo che il carattere del regime politico o del sistema economico in vigore in quel momento è del tutto indifferente. In altre parole, l’obiettivo non è un governante specifico, ma la semplice esistenza di uno stato e di un regime politico minimamente organizzato e stabile. Ciò che è più grave, inoltre, è la provata capacità del paese di svilupparsi e, peggio ancora, in larga misura, con le proprie risorse, cioè in modo indipendente. Anche se non ha mai avuto la possibilità, o il tempo, di portare avanti completamente questa capacità.

Cambiamo prospettiva e guardiamo un esempio più piccolo. Sotto la dittatura militare in Brasile, c’è stato un breve periodo di forte sviluppo negli anni ’70. Nei circoli dirigenti statunitensi è stato dato un avvertimento e una frase ripetuta è stata: non abbiamo bisogno di un nuovo Giappone in America Latina. Per quanto riguarda il Giappone invece, si stavano già preoccupando di mettergli un freno. Contro il Brasile, hanno usato i meccanismi del debito estero per far retrocedere il paese. Nel caso della Russia, tuttavia, non si tratta solo di frenare una crescita economica, seppur contenuta, ma anche di impedire lo sviluppo parallelo di una notevole forza culturale, politica e militare, nonostante il fatto che le risorse disponibili per questo fossero incomparabilmente inferiori. Qui, il pregiudizio è anche un’arma di guerra: una volta disumanizzato, il nemico può essere distrutto impunemente. Questo è stato, per più di un secolo, il progetto in riservato alla Russia. E su questo non ci sono segreti, come abbiamo visto sopra.

A proposito, mi ricordo che quando Joe Biden ha battuto Donald Trump nelle elezioni del 2020, ho guardato su internet un dibattito sulla TV russa tra due storici, già anziani. Uno di loro ha fatto una dichiarazione che mi ha colpito molto. Ha detto: con Trump, abbiamo avuto un rinvio di quattro anni, una pausa per organizzarci un po’. Ma ora vorranno finire quello che non sono riusciti a fare negli anni ’90. Lo storico aveva in mente il destino di paesi come Libano, Afghanistan, Jugoslavia, Iraq, Libia, Siria. Tutti questi paesi hanno notevoli relazioni storiche o culturali con la Russia e tutti sono stati distrutti dalla stessa forza politica.

Guardando indietro ora, mi sembra che la russofobia fosse solo un pregiudizio embrionale quando mi sono interessato alla letteratura russa negli anni ’70, quando la Russia faceva parte dell’Unione Sovietica. Ma negli ultimi decenni ha persino guadagnato lo status di pseudoscienza, secondo linee che ricordano gli argomenti di Gobineau, uno dei filosofi del razzismo alla fine del XIX secolo. È abbastanza rivelatore che tali esperimenti sono stati esacerbati proprio in Ucraina.

Lì la tesi che la Rus’ (medievale) di Kiev conservava la purezza della razza russa, mentre la Russia di Mosca si contaminava con il sangue tataro in virtù dell’occupazione mongola. Non a caso, in più di un saggista americano, ho letto che Lenin e persino l’attuale presidente della Federazione Russa hanno tratti mongoli, come se questa fosse una spiegazione. Eppure questo classico razzismo di tipo coloniale non è la creazione spontanea degli ucraini: vi è stato impiantato artificialmente, quasi come in un laboratorio, da pressioni esterne, sponsorizzate da organizzazioni statunitensi come la NED (National Endowment for Democracy, un bel nome), che recentemente ha cancellato dal suo sito i finanziamenti che distribuiva in Ucraina. Dopo tutto, non si trattava solo dei laboratori di “ricerca biologica” che gli Stati Uniti hanno costruito in quel paese.

Infine, il recente ripudio delle opere musicali e letterarie russe, la messa al bando e la persecuzione euforica di direttori e cantanti russi se non firmano testi politici contrari alle loro convinzioni, l’esclusione di opere e film russi dalla programmazione, il ricatto di artisti e intellettuali russi che, da un lato, sono minacciati di veder distrutta la loro carriera e, dall’altro, si vedono promettere una spinta promozionale se si conformano a un programma politico che non è di loro iniziativa. Si tratta di processi cui assistiamo in paesi che si dicono civili e si credono unici portatori di civiltà. Paragono questo semplicemente ai monumenti storici di Palmira in Siria distrutti dallo Stato Islamico nel 2015. Con abiti, lingua e colore della pelle diversi, è lo stesso fanatismo di un potere che si crede investito dell’autorità di una civiltà superiore e che quindi ha licenze eccezionali ed esclusive..

Dostoevskij e Tolstoj trattano questo tema. Perché, ai loro tempi, entrambi erano, da angolazioni diverse, feroci critici della pretesa superiorità dell’Europa. Usavano le forme letterarie importate dall’Europa come uno specchio in cui gli stranieri che si credevano superiori si ritrovavano con un’immagine molto meno lusinghiera di quella che avrebbero voluto. Poiché è difficile (ma non impossibile) fingere che tali opere non esistano, esse devono essere forzatamente reinterpretate in modo da dire quasi il contrario di ciò che vi è scritto. Una tecnica ben nota tra giudici, procuratori, giornalisti, storici e critici letterari, quando debitamente sponsorizzata.


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