Da Fidel a Trump. di Arnaldo Alberti

Nell’isola caraibica nessun bambino è abbandonato sulla strada. Poi, invece di film idioti, telefonini, Google e Facebook che creano miliardari e rimbecilliscono tanti giovani, Fidel Castro esportava medici.

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di Arnaldo Alberti

Anche da noi si presenta, con tutto il corredo e il carattere drammatici, la contrapposizione fra il defunto Fidel Castro e il nuovo presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Tuttavia, invece di rileggere la storia contemporanea e riflettere, il buon e la buona ticinese si confrontano con questi due personaggi da tifosi in uno stadio dove si gioca una partita nella quale sono coinvolti come spettatori o innocenti supporter. Invece non è così. Tutti siamo in campo a giocare proprio perché, volenti o nolenti, siamo in una democrazia. L’area che la maggioranza dei ticinesi ha scelto, seguendo il martellare costante delle canzoni in inglese trasmesse dalla nostra radio, dei film di propaganda occulta americana che promuovono la violenza “giusta” che ovviamente sta solo da una parte nella quale noi, per comodità, ci siamo inseriti, è più che ovvia: siamo tutti, o quasi, trumpisti. E seguaci di Trump lo siamo non da ieri ma da due decenni. Sono passati oltre venti anni da quando abbiamo importato il leghismo dalla Padania, ne abbiamo adottati, senza vergognarcene, i metodi e l’ideologia populista, così che ci troviamo governati da gente di “regime” che stabilisce l’agenda politica grazie alla collaborazione, o al collaborazionismo, del Ppd e del Plrt. L’Italia è stata maestra nell’edificazione di Stati populisti, poi fascisti. Oggi il Bel Paese, sempre all’avanguardia nella cucina politica, esporta il populismo, non solo nel Ticino, ma addirittura negli Stati Uniti. I metodi delle destre populiste ed estreme sono sempre gli stessi: diffondere paure e inventarsi un nemico. Ieri erano gli ebrei e i comunisti; oggi i frontalieri e gli immigrati clandestini. I comunisti non figurano più nelle liste di proscrizione perché, come i radicali, sono irrilevanti. Tutto sembra confermare la teoria dell’eterno ritorno dell’uguale di Nietzsche. Le cose si ripetono ciclicamente. Come uomo e donna, siamo culturalmente limitati anche dal fatto che dobbiamo preoccuparci prima di vivere, poi di filosofare. Come si fa a riflettere quando si torna a casa, stanchi, dopo una giornata di lavoro estenuante? Così, tanto da una parte, quella populista di Trump, quanto dall’altra, quella comunista di Fidel, costruite entrambe sulle macerie dei valori liberali dell’illuminismo, il problema della preoccupazione di procurarsi un pasto, una casa e d’educare i figli, non lascia il tempo d’occuparsi dei “valori” etici e morali espressi dalla politica e dalla sua cultura.
Dalla parte comunista, dei valori nell’Urss si occupava il “piccolo padre” Stalin. Oggi lo rimproverano persino d’aver sacrificato venticinque milioni di russi per combattere il nazismo. A Cuba era invece il “comandante” che garantì l’alfabetizzazione, passata in poco tempo dal 60 al 100%, un pasto per tutti, l’istruzione fino al livello universitario e ogni cura medica gratuita. La mortalità infantile a Cuba, così come l’indice di carcerazione, sono più bassi di quelli degli Usa. Nell’isola caraibica nessun bambino è abbandonato sulla strada. Poi, invece di film idioti, telefonini, Google e Facebook che creano miliardari e rimbecilliscono tanti giovani, Fidel Castro esportava medici. Naturalmente il “comandante”, limitando la libertà ed escludendo la fraternità perfetta, si preoccupava diligentemente di mettere al sicuro nelle carceri tutti quelli che si opponevano alla diffusione del principio illuminista dell’uguaglianza. Semplicemente si chiedeva come si può essere fratello di coloro che, quando non hai soldi, ti negano le cure mediche e l’istruzione per i tuoi figli? Il nostro sistema politico invece ha adottato l’ideologia che garantisce la libertà ai ricchi d’arricchirsi sempre di più. Come conseguenza, perché i mezzi sul pianeta non sono infiniti, quando fa difetto la ridistribuzione di ricchezza messa in atto con un’equa fiscalizzazione, i poveri si fanno sempre più poveri. Già da noi i “tavolini magici” distribuiscono ai bisognosi delle città i resti destinati dai supermercati alla spazzatura.
Nell’Ottocento: il tempo delle rivoluzioni liberali, quando l’Austria, allora una grande potenza imperiale, ci costrinse alla fame, eravamo nella stessa situazione di Cuba. I radicali erano vituperati come i comunisti oggi. Tennero duro e permisero allo Stato della libertà, dell’eguaglianza e della fratellanza d’essere ciò che oggi noi siamo stanchi di sopportare. Perché essere solidale quando, quello che ci costringono a dare a chi ha bisogno, potrei tenermelo? Ne abbiamo abbastanza del peso della responsabilità personale e non abbiamo più il coraggio d’affermare che i principi di giustizia sociale devono prevalere sull’economia. Robespierre, l’incorruttibile, scrisse che ogni rivoluzione non sostenuta da un amore profondo per il popolo è la continuazione dei crimini del regime che l’ha preceduta. Come possiamo noi ticinesi, unanimi, volere bene a Fidel Castro? Quando era in vita, non amammo nemmeno il Franscini e bocciammo fragorosamente la Costituzione liberale del 1848.

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