Felicità e proprietà: da Jefferson e Franklin a Cuba e Stati Uniti

Perché le persone potrebbero essere più felici in una nazione povera e “arretrata” che non in una ricca e “avanzata”?

REDAZIONE 19 LUGLIO 2015http://znetitaly.altervista.org/art/17970

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

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Fonte: https://zcomm.org/zcommentary/happiness-v-property-from-jefferson-and-franklin-to-cuba-and-the-united-states/

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2015 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

HappinessVsWealth

di Paul Street – 18 luglio 2015

La frase più famosa nella Dichiarazione d’Indipendenza del 1776 di Thomas Jefferson include l’affermazione che “tutti gli uomini” possiedono il “diritto inalienabile” alla “Vita, alla Libertà e alla ricerca della Felicità”. La storia e il buonsenso convenzionali affermano che Jefferson abbia sostituito il terzo termine della trinità di John Locke “vita, libertà e proprietà”, con “ricerca della felicità”. La trinità compariva nei Due Trattati sul Governo di Locke (1689). Ma, come hanno segnalato nel corso degli anni molti osservatori, Jefferson probabilmente mutuò l’espressione da altre fonti, tra cui forse lo stesso uso di Locke dei termini “ricerca della felicità” in un saggio del 1690 intitolato “Sull’intelletto umano”.

Al tempo stesso, ci hanno ricordato accademici e altri, Jefferson intendeva, con “ricerca della felicità” qualcosa di diverso dalla ricerca della proprietà. Come il suo compatriota Benjamin Franklin, Jefferson tendeva a sminuire la protezione della proprietà (il chiaro scopo principale dietro la Costituzione statunitense) come obiettivo legittimo del governo. (Da parte sua Franklin intendeva la proprietà come una “creatura della società” che andava tassata per finanziare la “società civile”).

Il prolifico storico e scrittore statunitense Garry Willis pensa che Jefferson fosse influenzata dal seguente passaggio del “Saggio sulla storia della società civile” (1767) del filosofo scozzese Adam Ferguson: “Se, in realtà, coraggio e cuore dediti al bene dell’umanità sono componenti della felicità umana, la bontà che è praticata dà felicità alla persona dalla quale viene, non a colui cui è conferita…” E’ possibile anche che Jefferson fosse informato dell’ecclesiastico e filosofo del diciassettesimo secolo Richard Cumberland, che scrisse che promuovere il benessere dei nostri compagni esseri umani è essenziale per la “ricerca della nostra stessa felicità”.

Nel nostro tempo è importante notare non semplicemente la differenza ma anche il fondamentale conflitto tra “vita, libertà e ricerca della felicità” da un lato, e la ricerca della proprietà (intesa in senso generale qui a comprendere ricchezza, capitale, beni e denaro) dall’altro. Nel loro rivoluzionario libro “Il livello spirituale: perché una maggiore uguaglianza rende più forti le società” (2009) i ricercatori medici Richard Wilkinson e Kate Pickett hanno dimostrato che molte misure e indicatori chiave del benessere umano e (di converso) della patologia umana – aspettativa di vita, malattie mentali, peso corporeo sano, percentuali di malattie, amicizie, coesione sociale, livelli di fiducia, risultati nell’istruzione, alfabetismo, violenza, conflitti etici e razziali, violenza sui minori, ricerca di status, consumismo sterile, impegno civico, gravidanze adolescenziali, violenza domestica, incarcerazione, distruzione dell’ambiente – sono influenzati meno da quanto ricca è una società che da quanto è disuguale. Società con un maggior divario tra ricchi e poveri si classificano molto peggio in tutte queste misure e tratti rispetto a società più ugualitarie. Si classificano molto peggio in ciascuno di essi, incluse anche molte tra quelle relativamente abbienti. Per contro società più ugualitarie producono persone più sane, più felici rispetto alle società meno ugualitarie se i confronti sono operati tra “nazioni ricche” (ad esempio l’ugualitaria Norvegia in confronto con i gerarchici Stati Uniti) o tra “nazioni povere” (l’ugualitaria Cuba rispetto al gerarchico Brasile) [1].

Il che ci riporta alla nazione che Jefferson e Franklin contribuirono a realizzare. Gli Stati Uniti oggi sono di gran lunga la nazione più disuguale tra quelle cosiddette avanzate, con una distribuzione della ricchezza più vicina all’iper-disuguale Africa e America Latina che all’Europa occidentale e al Giappone. Il decimo al vertice dell’un per cento statunitense superiore ha un patrimonio netto pari quasi a quello del 90 per cento in basso della popolazione statunitense. Gli Stati Uniti sono una nazione capitalista militante in cui la ricerca relativamente illimitata della proprietà da parte di Pochi membri dell’industria e della finanza super-opulenti, drogati dall’accumulazione si è sommata alle forze del “libero mercato” (realmente societarie e capitaliste di stato) per produrre insicurezza, povertà e bassa mobilità verso l’alto per un vasto segmento in lotta e posizionato precariamente della popolazione. Non sorprendentemente gli Stati Uniti sempre più apertamente oligarchici e plutocratici (“la miglior democrazia che il denaro può comprare”) hanno punteggi più elevati che non le altre “nazioni avanzate” loro controparti quando si tratta di ciascuno degli indicatori negativi di Wilkinson e Pickett.

Si tratta di proprietà e ricchezza di un certo genere storico – proprietà e ricchezza capitalista “moderna” (sono nella loro infanzia negli USA quando Jefferson scrisse la Dichiarazione d’Indipendenza) – che agiscono contro la ricerca della felicità della cittadinanza generale. Non stiamo semplicemente parlando di “proprietà diversamente da” o “in contrasto con” la felicità ma piuttosto di “proprietà attivamente opposta alla felicità”.

Il prezzo in termini di felicità della caccia alla proprietà è più evidentemente pagato dai Molti privi di proprietà o poveri, che vivono insicurezza, sfruttamento e povertà cronici a causa della ricchezza, potere e macchinazioni dei Pochi super-possidenti. Quando vita e libertà sono sotto costante aggressione da parte dei vincitori più ricchi e potenti della grande caccia capitalista alla proprietà, la ricerca della felicità è una caccia scoraggiante per milioni di non abbienti. Tuttavia anche tra le persone estremamente o relativamente benestanti derivano scontento e alienazione dalla ricerca apparentemente interminabile di proprietà, ricchezza, beni e denaro. Una delle scoperte più durature e coerenti della psicologia sociale è che un aumento del benessere materiale produce ritorni calanti in termini di felicità una volta che le persone abbiano compiuto il salto fondamentale oltre la povertà materiale e l’insicurezza. Il maggior incremento della soddisfazione esistenziale che le persone derivano mai da un aumento della loro posizione economica si ha di gran lunga quando passano dalla povertà alla fondamentale sicurezza alimentare, del vestiario e dell’alloggio. Dopo di ciò i vantaggi psicologici scemano. Peggio ancora, la caccia al di più, a maggior ricchezza, proprietà, beni e denaro diviene spesso una fonte di vuoto, isolamento e alienazione personale e spirituale. Non è un paradosso che un numero considerevole di persone ricche in tutto il mondo soffra di alienazione, ansia, depressione, dipendenze e altre patologie mentali ed emotive.

Tutto questo è indubbiamente il motivo per cui (all’inizio controintuitivamente) sono rimasto colpito, dopo un recente viaggio dai “ricchi” Stati Uniti nell’impoverita Cuba, dalla felicità e vivacità molto maggiori delle persone visibili nella seconda nazione. In termini di reddito e ricchezza pro capite la superpotenza nordamericana (la mia “patria”) sta ovviamente molto “meglio”. Cuba è una nazione isolana piccola e isolate in confronto. La tinteggiatura si scrosta in molti degli edifici dell’Avana. Molte strutture sembrano là sul punto di crollare e in vari stadi di sfacelo. I marciapiedi e le strade sono pieni di fessure e di buche. Il reddito medio cubano è di circa 30 dollari il mese, o 20 centesimi l’ora. Le infrastrutture tecniche sono molto limitate. Le persone guidano auto General Motors antiquate (ma considerevolmente ben conservate) degli anni ’50, veicoli che non riescono a fare più di 9 miglia con un gallone, assieme a vecchie auto russe (le Lada sono la marca più comune che ho visto) che i cubani riescono miracolosamente a far andare nel ventunesimo secolo. C’è una gamma molto ristretta di beni fondamentali di consumo nei negozi locali. Hotel, ristoranti e telefoni cellulari sono fuori dalla portata della maggior parte dei cubani. E tuttavia un numero sorprendentemente alto di persone che ho visto e incontrato pare realmente felice.

E’ esattamente la stessa cosa che ha colpito la giornalista giapponese Makiko Saito quando ha visitato Cuba tre anni fa: l’apparente paradosso di persone felici circondate da povertà e deterioramento generali. Come me ella è stata messa KO da quanto più contente, gioiose e vive sembravano le persone nella nazione economicamente povera che aveva appena visitato, rispetto alla nazione economicamente ricca ma socialmente e psicologicamente morta in cui ella risiedeva.

Perché le persone potrebbero essere più felici in una nazione povera e “arretrata” che non in una ricca e “avanzata”? In parte è certamente perché i fondamentali bisogni materiali e umani di valori d’uso sono soddisfatti dal governo di fatto socialista dell’isola e ciò nonostante sei decenni di paralizzante embargo economico statunitense che spiega non poco della povertà e della decadenza materiale generale di Cuba. L’istruzione e l’assistenza medica sono gratuite e un sistema governativo di razionamento alimentare garantisce a tutti la nuda soddisfazione dei bisogni elementari. Oltre a questa soddisfazione di bisogni fondamentali – questione non da poco (si ricordi che gli esseri umani derivano dalle conquiste materiali un dividendo di felicità non maggiore che dall’elevazione dalla povertà a una sicurezza di base) – c’è nella socialista (e relativamente ugualitaria) Cuba poca, comparativamente, della competizione sfrenata statunitense per il di più senz’anima: più beni di consumo, più ricchezza, più pretesa soddisfazione da acquisti oltre le necessità di base, più congegni tecnologici con i quali isolarsi dalla società, più proprietà privata mediante la quale spingere altri nella povertà (una cosa che mi ha davvero colpito tornando negli Stati Uniti dopo quattro giorni a Cuba è stata l’ubiquità, qui, di tecnologie che eliminano la manodopera e inducono la disoccupazione) e sé stessi in una morte spirituale. Come ha osservato il Japan Times,riflettendo il resoconto di Makiko Saito del suo viaggio a Cuba, “Forse l’incessante perseguimento della crescita economica preclude la felicità. La felicità è il prezzo che si paga, piuttosto che il premio che si reclama, per la prosperità”. I cubani non possono permettersi il disincanto e la depressione moderni.

Per quel che riguarda il perseguimento della proprietà i “ricchi” Stati Uniti battono a man bassa Cuba dal socialismo di stato. Quando si tratta di benessere umano la “povera” Cuba vince altrettanto decisamente. Non c’è, emerge, alcuna ironia e alcun paradosso in tale contrasto. Speriamo che i cubani possano un giorno uscire dall’embargo senza perdere il livello spirituale di felicità sociale di cui gode sotto la sua versione del socialismo.

Paul Street è un giornalista di Iowa City, Iowa.

[1] Alcuni lettori bene informati possono chiedersi perché ho scelto di non citare i vari studi nazionali e internazionali comparativi che sono stati condotti negli anni per misurare libelli diversi e mutevoli di felicità umana. Il più notevole di tali studi è il ‘Rapporto sulla felicità mondiale’ (2012) dell’Earth Institute presso la Columbia University. Il motivo è che non ho gran rispetto per i dati e le metodologie di ricerca molto superficiali e sospetti su cui tali studi sono basati. Per utili riflessioni sui problemi con questi dati, vedere Arianna Huffington “Why I’m Unhappy With Happiness Surveys” [Perché non trovo felici i sondaggi sulla felicità] Huffington Post, 9 agosto 2013. I ricercatori dell’Earth Institute ammettono quanto segue nell’introduzione al loro libro: “Alla fin fine la felicità è un concetto intrinsecamente qualitativo che non può essere tradotto in termini quantitativi con alcun grado affidabile di precisione o di comparabilità tra persone, riflettendo ‘il divario tra la natura indeterminata di molte dimensioni della vita e la scala obbligata imposta dai questionari’”.

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