ONU. Ennesima schiacciante vittoria di Cuba. Ma il Bloqueo rimane con l’obiettivo di uccidere. Che fare?

Con la schiacciante maggioranza di 187 voti favorevoli, due contrari (Stati Uniti e Israele) e un’astensione (Ucraina)l’Assemblea generale dell’ONU si è espressa a favore della risoluzione che condanna le sanzioni economiche, commerciali e finanziarie imposte dagli Stati Uniti a Cuba 60 anni fa. Per la trentunesima volta consecutiva l’Assemblea ribadisce la sua posizione contraria al “bloqueo” e ne chiede la fine, che non è ancora arrivata a fronte del veto degli USA.

Cuba risulta al momento inserita dagli Stati Uniti in una lista di Paesi patrocinatori del terrorismo e a questo hanno fatto esplicitamente riferimento 21 fra le nazioni che si sono espresse nel corso del dibattito.

Nel frattempo il blocco colpisce duramente la popolazione cubana, che non può acquistare beni di prima necessità dai Paesi vicini, alimentando una situazione economica disastrosa.

Il nostro Paese si rinnova continuamente, ma ciò che rimane immobile e ancorato al passato è il blocco”.
Bruno Ródriquez Parrilla, Ministro degli Esteri di Cuba

Quando si dice “blocco economico, finanziario e commerciale” a volte non si capisce che è solo una parte, il blocco è anche tecnologico, mediatico, medico, educativo, diplomatico, culturale, sportivo, turistico. E non è solo da parte degli Stati Uniti contro Cuba , ma anche contro qualsiasi organizzazione, istituzione, impresa, governo o nazione che osi avere relazioni proprie con Cuba: essi vengono immediatamente minacciati di sanzioni e multe da parte degli Stati Uniti.

Il blocco segue regole molto rigide, che rispondono a un alto grado di organizzazione sociale e includono il silenziamento del crimine, quando non riesce a giustificarlo.

 

Superare il blocco senza aspettare che venga rimosso

di Rosa Miriam Elizalde(*)
Traduzione, aggiunte e commenti: GFJ
4 novembre 2023


Quello che si vede dalla finestra del mio appartamento all’Avana non assomiglia alle immagini che la guerra è solita lasciare dietro di sé. Qui non si lanciano missili, non ci sono soldati mimetizzati, non ci sono armi. Non passano nemmeno carri armati. La guerra non si manifesta con la conta dei cadaveri e delle autobombe, ma con lo sconcerto della vita quotidiana: la fila per la benzina si estende per diversi chilometri e il negozio di alimentari all’angolo è chiuso perché non c’è benzina per portare il cibo. Ci sono persone che aspettano ore per un po’ di pane, che viene dato loro dalla libreta che regola i prodotti regolamentati. Le medicine scarseggiano. L’ascensore del mio palazzo è ancora rotto e il meccanico che lo ripara non arriva perché i trasporti pubblici sono scarsi, per usare un eufemismo. I blackout vanno e vengono.

Come sempre, a mezzogiorno il sole brucia i marciapiedi e le strade sono piene di persone che continuano la loro vita. Un venditore di “panini al gelato” si arrabatta come può. I bambini si divertono nel parco e altri giocano a palla tra le rovine di un vecchio magazzino. Il mare, l’orizzonte… Non sembra una zona di guerra, anche se la guerra è la normalità di questo Paese; una guerra silenziosa, che da troppo tempo fa da sfondo e da cui nessuno è risparmiato.


Qualche mese fa, nella prima sessione della nuova legislatura dell’Assemblea Nazionale del Potere Popolare (Parlamento) che lo ha rieletto presidente, Miguel Díaz-Canel il quale ha attribuito all’ “intensificazione del blocco, alla crisi mondiale e alle nostre incapacità” la responsabilità della complicata situazione che Cuba sta vivendo. Tuttavia, continuo a pensare, con la città ai miei piedi, che la cosa peggiore dello sgomento quotidiano è l’abitudine. Non ci accorgiamo nemmeno più degli effetti cumulativi di più di 60 anni di politiche economiche volte ad asfissiarci e a venderci come rimedio la transizione assistita dagli Stati Uniti.

I cubani vivono in condizioni di svantaggio – non c’è altro modo – ma il rovescio della medaglia è peggiore. Jacob Hornberger, uomo d’affari e politico che spesso si candida senza successo come indipendente alla presidenza degli Stati Uniti, ritiene che la perdurante crudeltà di Washington nei confronti di altri Paesi abbia causato danni irreparabili al popolo statunitense.


La coscienza degli statunitensi è stata brutalizzata… Molti possono facilmente riconoscere, affrontare e opporsi al male che si suppone derivi da regimi stranieri, ma trovano molto difficile, se non impossibile, identificare, affrontare e opporsi al male all’interno del proprio Paese“, afferma Hornberger nel suo libro An Encounter with Evil: The Abraham Zapruder Story, pubblicato meno di un anno fa. L’autore affronta la biografia dell’uomo che ha filmato l’assassinio di John F. Kennedy il 22 novembre 1963 e a un certo punto si sofferma sull’anomalia di lungo corso del bloqueo avviato da questo presidente democratico.

In un ambiente di crudeltà normalizzata, sostiene l’autore, è quasi impossibile che un movimento di resistenza come quello della Rosa Bianca (Weiße Rose), il gruppo di studenti universitari cristiani della Germania nazista che si ribellò al proprio governo al culmine dei crimini del fascismo durante la Seconda Guerra Mondiale, possa emergere negli Stati Uniti.

Il silenzio di oltre sei decenni contro il male dell‘embargo statunitense è un esempio perfetto di questo fenomeno. Tutti condanniamo il terrorismo perché si basa sull’attacco a persone innocenti come mezzo per raggiungere un obiettivo politico. Perché così tanti americani riescono a vedere il male del terrorismo, ma non quello dell’embargo?“, si domanda Hornberger.


Forse la risposta non è così difficile. Il blocco segue regole molto rigide, che rispondono a un alto grado di organizzazione sociale e includono il silenziamento del crimine, quando non riesce a giustificarlo. Il terrorismo di Stato ha un sapere articolato, prepara metodicamente i suoi obiettivi, ne definisce la natura strategica, come sa bene chi ha vissuto il nazismo o ha subito le dittature latinoamericane. Le vittime, coloro che vanno e vengono in una città sottoposta a una guerra senza fine, non pianificano nulla se non di vivere e sopravvivere.

E ciò che rimane, dopo tutto, è puro buon senso: “Sconfiggere il blocco senza aspettare che venga tolto“, come ha detto Díaz-Canel in Parlamento.

 

(*)Rosa Miriam Elizalde
Primo vicepresidente dell’Unión de Periodistas de Cuba (UPEC). Giornalista e redattrice cubana, dottoressa in Scienze della Comunicazione e docente all’Università dell’Avana. Opinionista del quotidiano messicano La Jornada. Ha pubblicato diversi libri. Fondatrice e redattrice del settimanale digitale La Jiribilla e del giornale online Cubadebate.

Pubblicato in Attualità, Blocco, Cuba, Internazionale

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